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Tecnologie sanitarie: rinnovare in maniera ragionata

L’allocazione delle apparecchiature fra mera sostituzione e programmazione basata sui reali fabbisogni. Quali strumenti di analisi utilizzare per un’adeguata scelta?

di Achille Iachino*

Un dato è ormai incontestabile: il binomio “processo di cura – tecnologie sanitarie” è al centro del più ampio dibattito su tutta l’attività di programmazione dei modelli organizzativi che sempre più caratterizzeranno il Ssn. E, all’interno di questo binomio, la determinante “tecnologie sanitarie” ha un ruolo non meno significativo di quello rivestito dal “processo di cura”. Senza spingersi in oziose e poco rilevanti analisi comparative (sono sullo stesso piano? Di chi è il primato? Non è qui d’interesse addentrarsi in simili dedali concettuali), basti tener presente quanto la velocità dell’innovazione condizioni in maniera determinante la sicurezza e la qualità delle prestazioni sanitarie rese ai cittadini. Apparecchiature di livello (unite, ovviamente, all’adeguata formazione del personale, altro tema che meriterebbe adeguato approfondimento) assicurano performance migliori e riducono sensibilmente i margini di errore. Le tecnologie più moderne, infatti, non solo garantiscono capacità diagnostiche e terapeutiche superiori, il che significa, ad es., identificare precocemente una lesione e poterla curare in modo più efficace (ed ecco un’altra questione non pertinente con il presente scritto, ma nondimeno degna di segnalazione: il beneficio di sistema in relazione alla responsabilità professionale), ma sono anche più sicure, con elevati valori di troughtput. Inoltre, è dato ormai assodato, il progresso tecnologico delle apparecchiature radiogene ha portato ad una considerevole riduzione della dose rispetto alle generazioni precedenti a parità di risultato diagnostico.

La conseguenza di ciò è la riduzione dei rischi per il paziente nonché per gli operatori. Ricordiamo a questo proposito che i principi radioprotezionistici, in particolare quelli di ottimizzazione e limitazione della dose, senza tralasciare quello di giustificazione, sono a tutti gli effetti un dovere morale prima ancora che un obbligo normativamente sancito. Vi sono poi progressi tecnologici che migliorano in maniera importante le capacità diagnostiche e consentono di evidenziare lesioni non visibili con tecnologie delle generazioni precedenti. Quando tutto questo impatta non solo, come accennato, con i modelli organizzativi, con la programmazione delle attività, con l’efficientamento dei processi e il miglioramento dell’output ma, anche e soprattutto con la qualità della vita di chi entra in contatto con il Ssn, allora è di tutta evidenza che la questione assume un rilievo estremamente significativo e che, pertanto, la si deve affrontare con un approccio evolutivo, scevro da visioni che privilegiano automatismi operativi, ma valorizzando invece scelte fatte alla luce di valutazioni ponderate e centrate sui bisogni di salute e sulle reali capacità dei soggetti coinvolti di cogliere al meglio le opportunità che l’innovazione tecnologica porta con sé.

Fatte queste doverose premesse, si perviene alla logica conseguenza che le tecnologie più moderne sono senz’altro da preferire. Ma questo assunto, ovvio nella sua enunciazione di principio, necessita di un imprescindibile corollario argometativo, in assenza del quale si rischia di vanificarne il senso. Per spiegarlo, è necessario porsi due domande: quando bisogna sostituire una macchina? Quali sono gli strumenti di analisi da adottare per far sì che la scelta relativa alla sostituzione sia effettivamente ponderata?

*Direttore generale della direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della salute