Breve vademecum per l’elaborazione dell’offerta tecnica

a cura dell’avvocato Lucio Lacerenza.

A partire dallo scorso cinque maggio, con l’entrata in vigore del c.d. “correttivo appalti” (d.lgs. 56/2017) l’offerta tecnica riveste un rilievo maggiore rispetto al passato per l’aggiudicazione degli appalti secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Diversamente dal passato quando le stazioni appaltanti potevano variamente ponderare i pesi da attribuire al progetto e all’offerta economica, il citato “correttivo” introduce un tetto massimo per l’offerta economica pari a 30 punti, e dunque il peso dell’offerta tecnica deve essere di almeno 70 punti.

Lato stazione appaltante, giova ricordare che l’Anac già il 21 settembre 2016 – e quindi prima del “correttivo” – aveva varato le Linee guida n. 2 per fornire indicazioni operative per il calcolo dell’OEPV. Linee guida che oggi, alla luce della valorizzazione della parte tecnica dell’offerta siccome introdotta dal “correttivo”, assumono una rilevanza particolare, poiché occorre determinare i criteri di valutazione dell’offerta tecnica nella direzione di garantire la “qualità di ciò che viene acquistato”; ed a tal fine viene rimarcato il dovere delle amministrazioni di “individuare criteri di valutazione concretamente idonei a evidenziare le caratteristiche migliorative delle offerte presentate dai concorrenti e a differenziare le stesse in ragione della rispondenza alle esigenze della stazione appaltante” (cit. Linee Guida, § II).

Lato operatore economico, non meno gravoso è l’onere a carico delle imprese che sono oggi chiamate a compiere un considerevole sforzo progettuale, sicuramente maggiore rispetto al passato, per cercare di conseguire gli almeno 70 punti messi in gara. In altri termini, per risultare vincitrici è bene che le imprese si conformino ad un minimo di parametri – taluni normativi, altri dettati dalla prassi – necessari o semplicemente opportuni per conseguire una migliore valutazione.

In particolare, rileva innanzitutto il rispetto da parte dell’impresa della normativa del settore oggetto di gara, a partire dai criteri di sostenibilità energetica ed ambientale, c.d. “CAM” (art. 34 d.lgs. 50/2016), per gli appalti che hanno riflessi in detti settori. A tal riguardo è opportuno richiamare l’attenzione sulla necessità di monitorarne l’adozione dal parte del Ministero dell’Ambiente poiché essi, non costituendo un “numero chiuso”, sono in via di aggiornamento.

Del pari rilevante è il rapporto offerta tecnica/offerta economica, ovvero assicurare la coerenza tra le soluzioni tecniche proposte e il prezzo offerto, e cio’ nella direzione di presentare un progetto economicamente sostenibile, cioè giustificabile in caso di valutazione dell’anomalia dell’offerta (art. 97 d.lgs. 50/2016).

Nella redazione del progetto le imprese possono introdurre varianti che incidono sulla struttura, funzione o tipologia del progetto a base di gara, ma solo se esse siano state previste nel bando di gara; a differenza delle migliorie che riguardano aspetti lasciati alla libera valutazione dell’offerente e che possono essere sempre introdotte dai concorrenti, ovviamente a condizione di non snaturare il progetto posto a base di gara (Consiglio di Stato sez. VI 19/6/2017, n. 2969).

Nella valutazione del progetto le stazioni appaltanti possono prevedere criteri premiali in ragione del possesso del rating di legalità (art. 95 co. 13 d.lgs. 50/2016) che è rilasciato dall’Antitrust agli operatori iscritti da almeno due anni nel registro delle imprese e con un fatturato minimo di almeno due milioni di euro.

Sotto il profilo formale, vale chiarire una circostanza che desta talvolta apprensione in seno alle imprese, ovvero l’indicazione del numero massimo di pagine di cui deve comporsi il progetto; tale limite non può essere inteso a pena di esclusione del concorrente che lo abbia superato (TAR Napoli sez. III 25/10/2017, n. 5014), anche se è opportuno, per scongiurare contestazioni, attenersi ad esso per convenire con gli intenti della stazione appaltante, soprattutto nel caso in cui il disciplinare preveda espressamente che detto limite sia posto a pena di esclusione.

Non meno importante al fine di consentire un’agevole valutazione del progetto da parte del Seggio di gara è la sua articolazione capitoli/paragrafi che tengano conto dei criteri/sub-criteri di valutazione previsti nella lex specialis, in modo da assicurare una esatta corrispondenza tra l’elaborato ed i criteri previsti dal disciplinare di gara.

Per scongiurare contestazioni in ordine alla paternità del progetto, corre rammentare di datare e sottoscrivere per esteso l’ultima pagina del progetto da parte del legale rappresentante del concorrente (allegando copia di un suo documento valido di indentità), opportunamente siglando le altre pagine del progetto.

Ove l’impresa ritenga che il proprio elaborato sia meritevole di riservatezza per ragioni-tecnico commerciali ai sensi dell’art. 53 del d.lgs. 50/2016, è fatto onere non solo di indicare le specifiche parti dell’offerta da non ostentare in caso di richiesta di accesso agli atti formulata da altri concorrenti, ma anche di motivare puntualmente le ragioni della segretazione (ad esempio, informazioni tecnico-industriali ex art. 98 del d.lgs. 30/2005, c.d. “codice della proprietà industriale”).

È appena il caso di rilevare, infine, che deporrebbe non positivamente agli occhi del Seggio di gara un’offerta confezionata in modo illogico o disordinato (per la possibile equazione “non ordine di sede di partecipazione”=”non ordine in sede di esecuzione del contratto”) o, peggio ancora, scritta in lingua italiana non grammaticalmente corretta.

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A proposito di “qualità”… il pronunciamento dell’Antitrust

La vulgata secondo la quale con la gara qualità-prezzo si superano le “patologie” degli appalti, insite nell’aggiudicazione al “massimo ribasso”, ha colpito ancora, inducendo il legislatore ad emanare norme al limite della demagogia. La solita manina ha modificato all’ultimo, dopo che il Consiglio di Stato si era già espresso con il prescritto parere, il testo dell’articolo 60 del decreto correttivo del codice degli appalti (D.Lgs. n.56/2017), decreto che, nello schema di prima stesura, così disponeva: “La stazione appaltante, al fine di assicurare l’effettiva individuazione del miglior rapporto qualità/prezzo, valorizza gli elementi qualitativi dell’offerta e individua criteri tali da garantire un confronto concorrenziale effettivo sui profili tecnici. A tal fine stabilisce il punteggio massimo previsto per l’offerta economica in modo da evitare che tale elemento prevalga sugli altri.”

L’ultimo capoverso è stato sostituito con il seguente: “A tal fine la stazione appaltante stabilisce un tetto massimo per il punteggio economico entro il limite del 30 per cento”. La ratio complessiva della norma è desumibile dalla relazione tecnica al provvedimento. La finalità della modifica introdotta dal correttivo è quella di “evitare modalità di assegnazione dei punteggi che di fatto determinino il surrettizio utilizzo del criterio del minor prezzo per lavori anche di grande rilevanza economica”. Il “massimo ribasso” sarebbe infatti, come sostengono i sindacati, “fonte di lavoro nero e concorrenza sleale fra le imprese.” Ed ancora: «Le aste al minimo hanno completamente avvelenato il sistema degli appalti, sfavorendo in un meccanismo di concorrenza sleale anche le aziende virtuose. I ribassi eccessivi e “anomali” rispetto alla base d’asta che spesso vengono offerti (nei lavori pubblici) favoriscono le imprese che non rispettano i contratti di lavoro, che non eseguono correttamente le prestazioni, che tentano di recuperare margini di profitto con le “varianti” in corso d’opera, che mettono fuori mercato le imprese serie”.

Il Ministro Delrio, ha potuto dichiarare a margine del varo del nuovo Codice degli appalti: “Basta gare al massimo ribasso, la scelta coniuga prezzo e qualità. I criteri di assegnazione ci sono, sono disciplinati volta per volta, quindi il massimo ribasso si applica solo in casi particolari, molto marginali. La scelta dell’offerta economicamente più vantaggiosa è una scelta chiave ed è ben normata all’interno del codice”.

La cura risolutiva per la moralizzazione degli appalti consisterebbe quindi nell’adozione del criterio di aggiudicazione ad “offerta economicamente più vantaggiosa” con valutazione congiunta di qualità offerta e prezzo (o costo). Questo metodo metterebbe fuori gara le imprese non affidabili. Infatti, gli operatori economici, per ottenere un significativo punteggio qualitativo, devono essere dotati adeguata capacità progettuale e tecnica. Ai fini dell’affidamento, poi, non è più decisivo l’aspetto economico, il cui punteggio viene mediato da quello qualitativo.

In realtà, l’assunto che attraverso la gara qualità/prezzo si possano regolarizzare gli appalti non regge alla prova dei fatti. E’ infatti possibile, anche nella gara qualità/prezzo, presentare un’offerta prezzo con un ribasso eccessivo, magari accompagnato da una proposta qualitativa elevata che in caso di aggiudicazione non verrà rispettata. Non sono nemmeno garantiti dal tipo di procedura la capacità progettuale dell’offerente (i progetti/offerta possono essere commissionati all’esterno dell’impresa), l’affidabilità e la capacità di adempiere adeguatamente alle obbligazioni contrattuali, il rispetto delle norme sulla sicurezza e sul lavoro. Criticità presenti esattamente come nell’opzione del massimo ribasso.

Una vera moralizzazione degli appalti passa attraverso una adeguata selezione dei concorrenti e un puntuale controllo di esecuzione dell’appalto. L’attenzione va quindi spostata sulle fasi pre e post gara, avendo escluso, in fase di gara, le eventuali offerte anormalmente basse, come previsto dalla legge. In definitiva, le norme sugli appalti consentono di tutelarne la regolarità, se solo si intende applicarle, qualunque sia il metodo di affidamento. Viceversa, l’enfatizzazione del punteggio a disposizione della commissione di gara per i contenuti qualitativi dell’offerta, come stabilito dal correttivo appalti, si traduce in un ampliamento di discrezionalità negli affidamenti.

Va osservato, in proposito, che le valutazioni delle commissioni di gara non vengono ordinariamente sindacate nel merito dai giudici amministrativi, salvo che appaiano manifestamente illogiche. Così come l’attribuzione dei punteggi di qualità non deve essere motivata, se i criteri preventivamente definiti nel bando sono analitici. In questo contesto, oltre a possibili giudizi valutativi di qualità arbitrari, ma di fatto “insindacabili”, acquisiscono peso maggiore plus qualitativi premiali artatamente discriminatori, eventualmente previsti dal bando di gara. In sostanza, una norma pensata per moralizzare gli appalti, potrebbe sortire un effetto boomerang. Anche sul fronte della promozione della qualità, che è l’intendimento sbandierato dal legislatore. Infatti, il rischio di pagare una qualità inutile induce giustamente le stazioni appaltanti a rinunciare all’aggiudicazione qualità/prezzo, nei casi in cui il differenziale qualitativo tra beni e servizi (quelli per i quali non è comunque obbligatoria la modalità di acquisizione qualità/prezzo) non valga il 70%. del punteggio totale a disposizione.

Per restare in ambito sanitario, è il caso, ad esempio, dell’acquisto dei farmaci. Farmaci identici o biosimili sotto il profilo della formulazione del principio attivo soddisfano alle medesime esigenze terapeutiche ma possono differenziarsi per aspetti incidenti sulla “gestione” del farmaco e la compliance del paziente (ad esempio: possibilità di più vie e numero delle somministrazioni occorrenti, ecc.), aspetti di cui può essere opportuno e corretto tenere conto, ma con un differenziale di punteggio contenuto.

L’Antitrust, nella proprio atto di segnalazione del 18 agosto 2017, si spinge a censurare anche le limitazioni all’utilizzo del confronto sul solo prezzo previste dal Codice appalti. Afferma infatti che “Una più ampia valorizzazione dell’offerta economica dovrebbe, invece, essere consentita non solo per i prodotti o i servizi che si presentano oggettivamente omogenei, ma anche in quei casi in cui, vuoi per le condizioni particolarmente stringenti stabilite nella disciplina di gara, vuoi per la presenza di alcune caratteristiche standardizzate (come per i servizi accessori o altre componenti dell’offerta), il punteggio economico assume particolare rilevanza anche in una procedura di aggiudicazione secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo. Questo permetterebbe di definire più rapidamente le procedure di gara, di ridurre la discrezionalità delle stazioni appaltanti nell’attribuzione del punteggio tecnico e di consentire una più ponderata valutazione delle offerte economiche, a beneficio della concorrenza e del mercato.”

Sul punteggio massimo da attribuire alla componente economica dell’offerta si attende quindi la retromarcia del legislatore, ad inaugurare le modifiche delle modifiche del nuovo codice.

articolo a cura del dott. Marco Boni, direttore responsabile di News4market

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Costi della sicurezza, storia senza fine

a cura dell’avvocato Lucio Lacerenza.

Con il varo del c.d. “correttivo appalti” (d.lgs. 56/2017) entrato in vigore il 20 maggio 2017 – ed applicabile ai bandi pubblicati successivamente a tale data – si ritorna sull’annosa questione dei costi aziendali per la sicurezza. Ma andiamo con ordine.

L’art. 95 co. 10 del d.lgs. 50/2016, nella versione previgente al “correttivo appalti”, prevedeva in modo chiaro che “Nell’offerta economica l’operatore deve indicare i propri costi oneri aziendali concernenti l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro”. Ed in tal senso il tema della obbligatoria indicazione di detti costi era stato definitivamente accantonato, e con esso acclarata l’impossibilità di avvalersi del soccorso istruttorio per colmare la loro mancata indicazione (da ultimo, Tar Campania Napoli, sez. III, 3 maggio 2017 n. 2358).

Come a rievocare i fantasmi del passato, interviene il “correttivo appalti” il quale, modificando l’art. 95 co. 10, prevede che l’operatore debba indicare nell’offerta economicagli oneri aziendali concernenti l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro ad esclusione delle forniture senza posa in opera, dei servizi di natura intellettuale e degli affidamenti ai sensi dell’articolo 36, comma 2, lettera a)”. Si passa, pertanto, dall’obbligo generalizzato di indicare i costi aziendali per la sicurezza per tutti gli appalti – a sommesso parere, corretto poiché la sicurezza dei lavoratori deve presidiare tutti gli appalti – ad un regime nel quale detto obbligo sarebbe mitigato da alcune eccezioni, talune di non facile interpretazione (del resto la lettera della norma non pare un esempio di chiarezza).

Infatti, sarebbe agevole identificare l’eccezione dall’obbligo di indicare i costi aziendali per la sicurezza nel caso degli appalti aventi ad oggetto “ forniture senza posa in opera”, ovvero contratti il cui momento di esecuzione si esaurisce con la semplice consegna del bene al committente. Altrettanto agevole sarebbe l’identificazione dell’eccezione relativa agli “affidamenti ai sensi dell’articolo 36, comma 2, lettera a) del d.lgs. 50/2016, ovvero gli affidamenti di lavori, servizi e forniture di importo inferiore a 40.000 euro.

Il problema si pone per i “servizi di natura intellettuale” il cui affidamento sarebbe svincolato dalla indicazione dei costi della sicurezza. E’ di tutta evidenza che, in mancanza di un ancoraggio normativo certo, la qualificazione di detti servizi potrebbe alimentare piu’ interpretazioni, soprattutto in caso di servizi nei quali la natura delle prestazioni svolte sia particolarmente articolata (penso al settore informatico, ad esempio).

Aspettando il conforto chiarificatore che verrà dato sul punto dalla giurisprudenza amministrativa, e richiamando la prudenza degli operatori nel momento della elaborazione dell’offerta economica, v’è da chiedersi la ratio dell’eccezione dall’obbligo di indicare i costi della sicurezza. Evidentemente il Legislatore ha reputato che in taluni appalti il valore della sicurezza dei lavoratori abbia un rilievo inferiore rispetto ad altri. Alla Suprema Corte delle leggi, chissà, l’ardua sentenza.

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Ripristinati i poteri dell’ANAC cancellati dal Correttivo Appalti

Via libera dalla commissione Bilancio della Camera all’emendamento del governo alla manovra-bis per il recupero dei poteri dell’Anac.

Vengono quindi reintrodotte le disposizioni del comma del Codice degli Appalti che era stato cancellato dal Correttivo, così da consentire all’Autorità anticorruzione di intervenire prima della magistratura in casi di gravi irregolarità. Si prevede, dunque, che l’Anac possa agire in giudizio contro «i bandi di appalto, gli atti generali e i provvedimenti relativi a contratti di qualsiasi stazione appaltante che violino le norme in materie di contratti pubblici relativi a lavori, servizi o forniture», e non soltanto in caso di violazione del Codice.

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Il subappalto dopo il Decreto Correttivo: la terna non sparisce, anzi

a cura dell’avvocato Stefano Cassamagnaghi.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 103 del 5 maggio 2017 (Supplemento Ordinario n. 22) il D.Lgs. 56/2017, intitolato “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50”, che entrerà in vigore il prossimo 20 maggio e si applicherà ai bandi pubblicati successivamente a tale data.

Si tratta di quello che in gergo viene chiamato “Decreto Correttivo”, sul cui schema il Consiglio di Stato si era espresso con parere n. 782/2017.

Tra le numerose novità, riveste un’importanza centrale il tema del subappalto.

Come noto, tale istituto è disciplinato dall’art. 105 del D.Lgs. 50/2016, sul quale il Decreto Correttivo interviene in maniera significativa.

Anzitutto, riprendendo la definizione già contenuta nell’art. 118, comma 11, del D.Lgs. 163/2006, viene esteso a tutti i contratti (anche a quelli relativi a servizi e forniture) il principio – limitato ai soli lavori nel testo originario del Codice – secondo cui costituisce subappalto qualsiasi contratto avente ad oggetto attività ovunque espletate, che richiedono l’impiego di manodopera, quali le forniture con posa in opera e i noli a caldo, se singolarmente di importo superiore al 2% dell’importo delle prestazioni affidate o di importo superiore a 100.000 Euro e qualora l’incidenza della manodopera e del personale sia superiore al 50% dell’importo del contratto da affidare.

La nuova lett. c-bis) dell’art. 105, comma 3, prevede inoltre che non si configurano come attività affidate in subappalto anche “le prestazioni rese in favore dei soggetti affidatari in forza di contratti continuativi di cooperazione, servizio e/o fornitura sottoscritti in epoca anteriore alla indizione della procedura finalizzata alla aggiudicazione dell’appalto. I relativi contratti sono depositati alla stazione appaltante prima o contestualmente alla sottoscrizione del contratto di appalto”.

Si tratta di disposizione che meriterà di essere accuratamente vagliata in sede applicativa ed interpretativa.

Viene introdotto un nuovo comma 4, secondo cui “I soggetti affidatari dei contratti di cui al presente codice possono affidare in subappalto le opere o i lavori, i servizi o le forniture compresi nel contratto, previa autorizzazione della stazione appaltante purché:
a) l’affidatario del subappalto non abbia partecipato alla procedura per l’affidamento dell’appalto;
b) il subappaltatore sia qualificato nella relativa categoria;
c) all’atto dell’offerta siano stati indicati i lavori o le parti di opere ovvero i servizi e le forniture o parti di servizi e forniture che si intende subappaltare;
d) il concorrente dimostri l’assenza in capo ai subappaltatori dei motivi di esclusione di cui all’art. 80”.

Anche in questo caso la novità è significativa, perché si cristallizza la regola per cui un soggetto che abbia partecipato come concorrente a una procedura di gara non può poi divenire subappaltatore del soggetto aggiudicatario dell’appalto. La finalità preventiva di pratiche anticoncorrenziali è evidente.

Al comma 5 si precisa che il tetto massimo delle attività che è possibile affidare in subappalto è pari al 30% della categoria prevalente per i lavori, ovvero dell’importo complessivo del contratto per i servizi e le forniture, così accogliendo la posizione espressa dal Consiglio di Stato nel già menzionato parere n. 782/2017.

Sul punto, si ricorda che, in senso opposto, si era espressa la Commissione Europea con una nota del 13 marzo 2017, in cui si esprimevano forti dubbi sulle limitazioni – anche quantitative – al subappalto contenute nella normativa italiana rispetto a quella europea.

Nonostante le diverse perplessità che aveva suscitato, e benché lo schema iniziale di Decreto Correttivo intervenisse sul punto, resta, nel testo definitivo, anche l’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori, con la precisazione però – ed è questo un primo elemento di novità – che, negli appalti aventi ad oggetto più tipologie di prestazioni, la terna va indicata per “ciascuna tipologia di prestazione omogenea”.

Tale scelta, che comporta evidenti complicazioni operative per le imprese, costituisce un chiaro recepimento di quanto suggerito dal Consiglio di Stato nel citato parere sullo schema di Decreto Correttivo, nel quale si era avvertito il Governo sui possibili rischi di contrasto con la legge delega e con la disciplina europea delle modifiche in materia di terna dei subappaltatori.

L’obbligo di indicazione della terna rimane circoscritto alle procedure sopra soglia (come nel testo originario del Codice), a cui vengono aggiunte – ed è questa un’ulteriore novità – le procedure aventi ad oggetto le attività maggiormente esposte a rischio di infiltrazione mafiosa, come individuate dalla Legge n. 190/2012 (la c.d. Legge Severino), indipendentemente dall’importo a base di gara.

Nonostante la citata incompatibilità tra la posizione di concorrente e di subappaltatore dell’affidatario, non è stato chiarito se i medesimi operatori economici possono essere indicati da più concorrenti, all’interno della relativa terna.
Per gli appalti sotto soglia comunitaria, si prevede che il bando o l’avviso di gara indichi le modalità e le tempistiche per la verifica delle condizioni di esclusione di cui all’art. 80 prima della stipula del contratto, per l’appaltatore e i subappaltatori e l’indicazione dei mezzi di prova richiesti, per la dimostrazione delle circostanze di esclusione per gravi illeciti professionali come previsti dall’art. 80, comma 13.

Conclusivamente, può dirsi che il Correttivo è intervenuto sull’istituto del subappalto in maniera non del tutto incoerente, da un lato aumentando alcune rigidità e dall’altro lato introducendo alcuni elementi di flessibilità, mantenendo comunque di fondo le limitazioni che caratterizzano il contesto italiano rispetto alla generale disciplina europea.

Inoltre, con riferimento alle modifiche apportate al subappalto, così come più in generale, dal Correttivo, si pone il tema dei rapporti rispetto alle indicazioni contenute nella legge delega (L. n. 11/2016) e alle previsioni originarie del D.Lgs. 50/2016. Non a caso, nel suo parere, il Consiglio di Stato ha ricostruito con molta precisione i limiti al potere correttivo e le condizioni alle quali questo può essere legittimamente esercitato, indicando altresì il rischio che modifiche troppo profonde dell’assetto iniziale del Codice siano affette da illegittimità costituzionale.

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Costo del lavoro, ritorno di un problema

a cura dell’avvocato Lucio Lacerenza.

Il c.d. “correttivo appalti” (d.lgs. 56/2017) ha introdotto, nella parte del Codice relativa alla progettazione-programmazione degli appalti, il principio secondo il quale “Nei contratti di lavori e servizi la stazione appaltante, al fine di determinare l’importo posto a base di gara, individua nei documenti posti a base di gara i costi della manodopera sulla base di quanto previsto nel presente comma. I costi della sicurezza sono scorporati dal costo dell’importo assoggettato al ribasso” (art. 23 co. 16 del d.lgs. 50/2016).

La lettera della norma non pare felice. Secondo la disposizione, infatti, le stazioni appaltanti sono tenute ad individuare i costi della manodopera “nei documenti posti a base di gara”; formulazione estremamente generica, al punto da ingenerare il dubbio se i costi debbano essere determinati in sede di programmazione-progettazione degli appalti, attesa la collocazione sistematica della norma nella Parte I, Titolo III del Codice, oppure nel momento della successiva predisposizione del bando. Per inciso, l’individuazione di detti costi è finalizzata a “determinare l’importo posto a base di gara” per i “contratti di lavori e servizi” (rectius, appalti di lavori e servizi!).

A sommesso parere, la disposizione susciterà problematiche, sotto diversi profili.

Lato stazione appaltante: è da rilevare l’onere di dover prendere a parametro un contratto di riferimento ai fini della determinazione del costo del lavoro, anche nel caso in cui vi siano più contratti collettivi vigenti per la medesima categoria merceologica (settore pulizie, ad esempio).

Lato impresa: l’individuazione nella disciplina di gara del costo della manodopera si porrebbe in contrasto con i principi di libertà sindacale e d’impresa garantiti dagli articoli 39 e 41 della Costituzione, in quanto legittimerebbe – nell’ambito delle gare d’appalto – un solo contratto collettivo nazionale di lavoro per ciascuna categoria, in spregio alla possibilità di avere una pluralità di contratti, tutti egualmente validi, per un medesimo settore merceologico.

Senza considerare, infine, che una simile norma – ancorata com’è alla disciplina contrattual-lavoristica italiana, che non conosce pari nella UE – rischia di allontanare le imprese europee dalla partecipazione agli appalti indetti in Italia, a dispetto dei principi di apertura alla concorrenza comunitaria proclamati dalle direttive appalti del 2014.

Sempre lato impresa, l’imposizione del costo della manodopera ed i profili antisindacali della citata norma riverbereranno inevitabilmente i loro effetti al momento della predisposizione dell’offerta economica, laddove, secondo il decreto “correttivo appalti”, le imprese sono tenute ad “indicare i propri costi della manodopera” (art. 95, co. 10). Costi della manodopera che, per essere in certa misura “etero-imposti” dalla disciplina di gara, non sarebbero più “propri” dell’operatore, nel senso di essere frutto di una libera scelta condotta dall’azienda in uno con le forze sindacali in essa presenti.

Per analogia di materia, il cappio della norma sul costo del lavoro richiama alla memoria la sorte non felice della norma, praticamente impossibile da attuare, sullo scorporo del costo del lavoro nel previgente d.lgs. 163/2006; la quale venne introdotta nel vecchio Codice dal d.l. 70/2011, quindi abrogata dal d.l. 201/2011, salvo poi essere reintrodotta dal d.l. 69/2013.

In altri termini, sul costo del lavoro le novità sono sempre foriere di problematiche. Sarebbe opportuno un punto di certezza per non danneggiare i lavoratori, nè le imprese che operano correttamente sul mercato.

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Che cosa cambia con il decreto correttivo al Codice degli appalti

Sulla Gazzetta Ufficiale del 05/05/2017, n. 103 – Supplemento Ordinario n. 22 – è stato pubblicato il Decreto legislativo 19/04/2017, n. 56, cosiddetto “Correttivo” al Codice dei contratti pubblici. Il provvedimento entra in vigore il 20/05/2017 (15 giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta). Il decreto è composto da 131 articoli, che dispongono numerose correzioni ai 220 articoli del D. Lgs. 50/2016.

Sul tema Net4market ha organizzato a Torino un incontro formativo, rivolto a tutti gli economi e provveditori, con l’obiettivo di mettere in luce le principali modifiche apportate al Codice e le novità che interessano più di vicino le stazioni appaltanti. Un momento di approfondimento che, grazie agli interventi dell’avvocato Stefano Cassamagnaghi (Studio Castlex di Milano) e della dott.ssa Veronica Azzini (legal manager di Net4market), ha consentito di far luce sulle evoluzioni del quadro normativo, toccando numerosi temi, tra cui procedure di acquisto, qualificazione delle stazioni appaltanti, centrali di committenza, RTI, commissioni giudicatrici, subappalto, criteri di aggiudicazione delle offerte, motivi di esclusione, pubblicità legale e molto altro.

La giornata di formazione, introdotta da Gianmaria Casella (amministratore unico di Net4market), Andrea Franzo (presidente A.P.E. del Piemonte-Valle d’Aosta) e Adriano Leli (direttore SCR), ha fornito indicazioni anche operative, entrando nel merito di aspetti quali il calcolo dell’anomalia dell’offerta e lo strumento del confronto a coppie, la pubblicazione dei bandi, il controllo dei requisiti ex art. 80, le gare telematiche con la “Busta Chiusa Telematica“, procedura depositata e registrata da Net4market – Csamed Srl che garantisce l’inviolabilità e univocità dell’offerta, gli obblighi disposti dalla Legge 190/2012 e la dematerializzazione del ciclo passivo. Strumenti che Net4market mette a disposizione grazie a soluzioni innovative per la gestione degli acquisti.

Vuoi capire che cosa cambia nel Codice degli appalti con il decreto correttivo? Di seguito i nostri approfondimenti.

Documenti correlati: Il correttivo al Codice dei contratti pubblici a cura dell’avvocato Stefano Cassamagnaghi

Il decreto correttivo e gli strumenti di e-procurement a cura della dott.ssa Veronica Azzini

Per leggere il testo completo del correttivo pubblicato in Gazzetta Ufficiale vai al link