Accesso agli albi fornitori e alle gare, c’è Net4market Business

Il Business a portata di click. Iscrizioni agli albi fornitori, ricerca di bandi e abilitazione alle gare: tanti servizi in un unico pacchetto, Net4market Business. Un’opportunità per tutti coloro che desiderano aumentare la propria visibilità, essere tempestivamente informati sulle gare in corso e accedere in modo più semplice e diretto agli albi di tutti gli enti presenti sulla piattaforma Net4market Plus.

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  • Iscrizione centralizzata agli albi fornitori, per esportare (e aggiornare) i propri dati aziendali in modo automatico, con un semplice click, in tutti gli Albi fornitori Net4market, senza dover ripetere manualmente l’operazione.
  • Avvisi di gara notificati quotidianamente via email: Net4market eroga il servizio Ted alert, ovvero avvisa i fornitori iscritti a Net4market Business, tramite una email, delle nuove gare pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea relative alle classi merceologiche e ai Paesi europei di interesse.
  • Assistenza telefonica protratta: dalle 8.30 alle 17.30, anziché il consueto orario 8.30 – 12.30.

Come accedere al servizio? Con una semplice registrazione, veloce e gratuita, all’area Net4market Plus, che racchiude tutti i servizi per aziende e liberi professionisti. All’interno di questo nuovo ambiente, è possibile effettuare l’acquisto del pacchetto Net4market Business con pochi e semplici click, accedendo nel menù a sinistra alla sezione Servizi > Vetrina e aggiungendo nel carrello il pacchetto Net4market Business. Dopo aver selezionato la fascia di fatturato, accedete al Carrello e procedete nell’acquisto inserendo i Dati di fatturazione e selezionando la modalità di pagamento, carta di credito o bonifico bancario. Riceverete la conferma e le istruzioni di attivazione del servizio via email.

Per informazioni su prezzi e sconti collegati al sito www.net4market.com

Per ulteriori dettagli scrivi una mail a info@net4market.com

Dove vanno gli appalti? La nostra analisi sui dati ANAC

Gli appalti pubblici, oltre che una spesa, rappresentano un volano per l’economia nazionale e, in parte, rappresentano un indicatore dello stato di salute della medesima.

Quando, in ambito mass-mediatico, si parla di appalti pubblici ci si riferisce normalmente alle opere pubbliche. Anche la cultura giuridica in materia di appalti propende decisamente per il comparto dei “lavori”. Quando vengono emanate nuove norme sugli appalti pubblici si analizzano e commentano in primis le ricadute sulle opere pubbliche. Non è un caso, poi, che il Ministero che presiede alla regolazione e input legislativo sugli appalti pubblici sia quello delle infrastrutture. Il mondo dei “lavori” beneficia di una mono- identità, sia sotto il profilo operativo che del relativo mercato che è, appunto, monotematico. Da qui rappresentanze delle imprese di settore e stakeholders a univoca connotazione identitaria. I “lavori”, quindi, dispongono di una voce forte e ascoltata. Viceversa, la domanda e l’offerta di beni e servizi sono disperse in una miriade di “materie” differenti e fanno riferimento ad altrettanti separati mercati. Così come dispersa è la platea dei compratori pubblici. Per questi motivi, forniture e servizi non godono di una connotazione identitaria e soffrono, anche in fase regolatoria, una sudditanza psicologica nei confronti dei “lavori”, ben rappresentati dai portatori di interesse. Paradigmatica di questa subalternità è la “merlonizzazione” di forniture e servizi operata dal Codice dei contratti approvato con D.Lgs. n. 163/2006 (e il cui impianto è stato mantenuto anche dal nuovo Codice), con effetti devastanti sull’efficienza ed efficacia delle procedure di acquisto di beni e servizi. Per via della forzosa applicazione delle logiche dell’opera unica chiusa a forniture ripetitive e seriali che, viceversa, non devono avere soluzione di continuità e che si caratterizzano per una immissione in più processi produttivi aziendali. Le forniture e i servizi non possono essere interrotti, mentre i lavori possono essere sospesi, ripresi, riprogettati, ecc. Con tutta calma, come evidenzia il rilevante fenomeno delle opere incompiute.

Eppure, in termini numerici e di fatturato, forniture e servizi prevalgono in modo significativo sui “lavori”. I dati diffusi dall’ANAC relativi alle procedure di affidamento nei settori ordinari di importo superiore a 40.000 euro per il 1° quadrimestre 2016 confermano questa composizione tipologica degli appalti pubblici. Le procedure relative e forniture e servizi sono state 21.887 per un importo complessivo a base d’asta di oltre 23 miliardi di euro. Le procedure per lavori sono state 7.315, per un totale di 3,3 miliardi di euro. Anche il valore medio unitario dell’appalto è significativamente superiore per forniture (920.380 euro) e servizi (1.180.362 euro) rispetto ai lavori (456.480 euro). Ma tant’è.

Premesso quanto sopra, relativamente alla distribuzione delle procedure per fasce di importo, si rileva come il numero di procedure decresca all’aumentare dello scaglione di valore, mentre il valore globale degli appalti cresce all’aumentare dello scaglione di importo. Nella fascia di valore compresa tra 40.000 e 150.000 euro sono state indette 15.706 procedure, per un valore di 1,3 miliardi di euro. Al’estremo superiore, per valori unitari oltre 25.000.000 euro sono state indette 123 appalti, per un valore di 10,7 miliardi di euro.

I dati del 1° quadrimestre 2016 relativi alle diverse tipologie di stazione appaltante evidenziano una rilevante frammentazione nell’indizione delle procedure. La sanità, nelle sue varie articolazioni, fa comunque la parte del leone. Le centrali di committenza del settore sanità guidano la classifica con un valore bandito di 3,2 miliardi di euro (9,4% del totale), corrispondenti a oltre 1300 procedure. Le ASL hanno indetto gare per 2,3 miliardi di euro (6,8%), corrispondenti a oltre 4.500 procedure, le aziende ospedaliere e universitarie hanno appaltato per 1,1 miliardi di euro (3,3%) corrispondenti a oltre 2.500 procedure. La Consip ha globalmente indetto gare per 1,8 miliardi di euro (5,3%), corrispondenti a 88 procedure.

I Comuni hanno bandito procedure per 3,4 miliardi di euro (9,7%) corrispondenti a oltre 6.400 procedure; le Regioni per 2,6 miliardi di euro (7,4%) corrispondenti a oltre 1400 procedure, le Province 0,6 miliardi di euro (1,7%), corrispondenti a 882 procedure.

Pur con la mancata disponibilità di dati più di dettaglio, che consentirebbero una più puntuale segmentazione dei fenomeni, emergono alcuni elementi di scenario e trend. Il primo è rappresentato dall’elevato numero di procedure indette da singole stazioni appaltanti. Se ne può dedurre che le varie azioni messe in campo nel tempo con l’obiettivo di concentrare la domanda di beni e servizi non hanno sortito un effetto totalizzante, se, nonostante i dettati normativi relativi che orientano ad avvalersi delle centrali di acquisto, enti sanitari ed enti locali continuano a bandire gare in proprio per importi globalmente rilevanti. Peraltro, l’elevato numero di procedure nella prima fascia di importo monitorata (40.000-150.000 euro) denota una frammentazione o polverizzazione delle esigenze merceologiche che – evidentemente – solo parzialmente può essere intercettata dalle centrali di acquisto. Del resto, anche i rapporti sull’attività di Consip ( e i volumi banditi dalla centrale, sopra richiamati) evidenziano una capacità di sistema di ricondurre a standard merceologici unificati solo una parte dei fabbisogni. Specularmente, si registra un incremento di utilizzo della piattaforma elettronica per i fabbisogni di basso importo e sottosoglia. Nel complesso, quindi, gli indicatori convergono nell’evidenziare uno zoccolo duro di fabbisogni che sono difficilmente standardizzabili o aggregabili, o per loro natura, ovvero in funzione dell’evoluzione tecnologica, o delle specificità dei processi produttivi; fabbisogni il cui soddisfacimento mal si concilia con la inevitabile rigidità operativa delle centrali di acquisto. Per altro verso, appare significativo il fatturato espresso dalle centrali di committenza del settore sanitario (quasi il 10% di tutto il transato della p.a.).

I dati rilevati consentono di ricavare qualche indicazione in termini di scenario. Per fare ciò, in considerazione degli importi transati e dell’esperienza maturata in tema di centralizzazione degli acquisti, la sanità potrebbe essere assunta a paradigma dell’evoluzione della domanda di beni e servizi nel comparto pubblico.

Si prospetterebbe quindi un sistema di procurement pubblico modulare e multilivello, in cui coesistono acquisti centralizzati per fabbisogni economicamente rilevanti, e acquisti residuali (ma non troppo) a base locale, singolarmente di medio-basso impatto economico, ma probabilmente comunque imprescindibili per garantire la produzione.

Questa fascia dovrebbe intercettare anche l’evoluzione tecnologica, da sperimentare, consolidare ed eventualmente portare a regime nella fascia di acquisto superiore.

Al di là delle analisi sull’articolazione della domanda, ciò che evidenzia ulteriormente il rapporto ANAC sull’andamento degli appalti nel 1° quadrimestre 2016, in rapporto al corrispondente periodo del’anno precedente, è il calo complessivo della domanda nei settori oridinari, passata da 34.328 procedure, per un valore di 27.349.412.408 euro, a 29.202 procedure, per un valore di 26.421.301.110 euro. In particolare, le forniture flettono del 17,9% in termini di numero di procedure e del 18,7% in termini di valore. I lavori si riducono rispettivamente del 23,5% e del 31,3%. In controtendenza i servizi che, pur diminuendo in termini di numero di procedure (-5,6%), crescono per valore (+ 26,9%). Il dato medio dell’andamento del totale della domanda nei settori ordinari rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente è -15,2% per numero di procedure e – 3,4% per valore. Relativamente alle fasce di importo, si registra una diminuzione delle procedure e dei corrispondenti valori nelle fasce da 40.000 sino 25.000.000 di euro, con un incremento in termini di valore per lo scaglione degli appalti di oltre 25.000.000 di euro.

Si potrebbe quindi concludere che una generalizzata caduta degli appalti pubblici è attenuata da una crescita dei grandi appalti, con accentuazione – si presume – nell’ambito dei servizi. In termini di valore, il trend complessivo è simile a quello rilevato nell’ultimo quadrimestre 2015, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (- 14,2% forniture; – 9,6% lavori; + 11,9% servizi). Nell’ambito di un raffeddamento complessivo della spesa per beni e servizi, confermato anche dai dati globali di bilancio, potrebbe anche essere in atto uno swich tendenziale dalle forniture ai servizi.

Per quanto riguarda le tipologie di procedure utilizzate nei settori ordinari (per forniture, lavori, servizi) nel 1° quadrimestre 2016 rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, le procedure aperte diminuiscono per numero (-9,3%) ma “tengono” per valore (+0,8%). Le procedure ristrette flettono per numero (-16%) ma crescono sensibilmente per valore (+48,6%), quindi con un innalzamento significativo del valore unitario degli appalti. Dal che si potrebbe dedurre anche un tendenziale swich dalla procedura aperta a quella ristretta, più garantista sotto il profilo dell’affidabilità dei contraenti. Crollano le procedure negoziate, con e senza bando. Le prime del 31,1% in termini numerici e del 67,5% in termini di valore; le seconde del 15,8% in termini numerici e del 14,5% per valore. Si contraggono anche gli affidamenti in economia: – 14,7% di procedure e – 18,8% di valore. Altri affidamenti non meglio individuati decrescono del 38,8% per numero e del 49,3% per valore. In assoluto, la distribuzione delle tipologie di procedure in termini di valore di acquisto vede primeggiare nel 1° quadrimestre 2016 la “procedura aperta” (58%) seguita dalla “procedura negoziata senza bando” (18%). Al terzo posto per valore si colloca la “procedura ristretta” (15%). Gli affidamenti in “economia” valgono il 6%. A seguire, “procedure negoziate con bando”e altri affidamenti non meglio individuati.

Pur considerando la diminuzione in valori relativi, non può essere trascurata l’incidenza in valore assoluto sul totale degli affidamenti delle “procedure negoziate senza bando”, per le caratteristiche quanto meno di scarsa trasparenza che le connotano. Qui uno scandaglio più specifico, a partire dall’analisi delle tipologie di appalto coinvolte (forniture, lavori, servizi), sarebbe probabilmente opportuno.

articolo a cura del dott. Marco Boni, direttore responsabile di News4market

Riproduzione riservata

Leggi anche l’articolo Contratti pubblici, il rapporto quadrimestrale dell’ANAC

Contratti pubblici, il rapporto quadrimestrale dell’ANAC

L’Autorità Anticorruzione ha pubblicato il primo rapporto quadrimestrale 2016 relativo alle procedure di affidamento perfezionate di importo superiore o uguale a 40.000 euro. Il rapporto quadrimestrale è suddiviso in quattro sezioni, di cui una generale contenente le statistiche aggregate dei contratti pubblici e tre sezioni di dettaglio – in cui viene effettuata un’analisi comparata con il quadrimestre dell’anno precedente – relative alle diverse tipologie di contratto (lavori, servizi e forniture).

Le analisi contenute nel rapporto quadrimestrale, viene precisato dall’ANAC, sono state effettuate sulla base dei dati presenti nella Banca dati nazionale dei contratti pubblici (BDNCP) aggiornate a fine agosto 2016. Tutti i dati e gli importi a base d’asta (da non confondere con l’importo contrattuale che tiene conto del ribasso di aggiudicazione) fanno riferimento alle procedure di affidamento (bandi e inviti di importo a base di gara pari o superiore a 40.000 euro) c.d. “perfezionate” per le quali cioè è stato pubblicato un bando (nel caso di procedure aperte) o è stata inviata una lettera di invito (nel caso di procedure ristrette o negoziate).

da www.anticorruzione.it

Documenti correlati: Rapporto primo quadrimestre 2016

Il suk del farmaco

Quello del farmaco è un mercato particolare. Basti pensare che lo stesso medicinale viene acquistato dal S.S.N. dallo stesso produttore a due prezzi diversi, a seconda che l’acquisto avvenga nel canale ospedaliero o in quello per la dispensazione al pubblico in farmacia. Non mancano poi i paradossi: mentre per l’acquisto della famigerata siringa dal prezzo ballerino vi è un obbligo cogente di pubblicizzare gli atti di acquisto nei minimi dettagli, i prezzi dei farmaci dispensati al pubblico sono trattati vis à vis con i produttori “nelle segrete stanze”, senza gara di appalto. Eppure questo segmento vale più di 8 miliardi di euro. Il sospetto che questa “negoziazione privata” lasci margini di extraprofitto al venditore è avvalorato dal fenomeno dell’extra sconto concesso sottobanco al farmacista convenzionato affinché questi abbia interesse a dispensare certi marchi rispetto altri di prodotti uguali e concorrenti.

Addirittura, in ambito regolatorio nazionale, gli esiti di talune negoziazioni finalizzate all’immissione in commercio di nuovi farmaci sono coperti da “patti di riservatezza”. Cioè il venditore ti fa un prezzo particolare solo se tu non lo fai sapere ad altri potenziali clienti (altri Paesi). Ci sono molecole a brevetto scaduto e ad alto impatto di spesa per il S.S.N. commercializzate da numerose case farmaceutiche, sotto forma di brand o di farmaco equivalente. Per esempio nell’ambito degli antiipertensivi. Nessuno ai piani alti del sistema propone che questi farmaci vengano messi in gara tra di loro anche nel canale territoriale, con prevedibili benefici economici. Benefici prevedibili, in quanto quando si fanno gare (nel canale ospedaliero), queste determinano sconti ben maggiori di quelli minimi di legge. Si tratterebbe di una opzione importante, visto che c’è bisogno di realizzare significativi risparmi di spesa, per poter finanziare l’acquisto di onerosi farmaci innovativi, soprattutto in ambito oncologico.

Uno degli strumenti di contenimento della spesa messo in campo è quello del pay-back. Il suo presupposto concettuale è che nel mercato del farmaco acquistato dal S.S.N. il venditore influenza a tal punto le prescrizioni da determinare i volumi di acquisto. Perciò, se supera determinati tetti di fatturato previsto, deve “restituire” il guadagno. Un meccanismo che in un mercato normale sarebbe paradossale, e che, oltretutto, tecnicamente non funziona, visti i reiterati ricorsi accolto dal Tar del Lazio sulla imprecisione dei conteggi inerenti i ripiani a carico dell’industria.

Tra le manovre che potrebbero entrare nella legge di stabilità 2017 vi è quella della fissazione di “sconti-quantità”, cioè un prezzo decrescente per volumi crescenti di vendita, il che appare commercialmente corretto. Questa opzione, tecnicamente più gestibile, potrebbe portare al superamento del pay back.

Il mercato del farmaco ha anche un’altra caratteristica peculiare. Al libero incontro della domanda e dell’offerta si frappone un terzo attore, cioè l’autorità regolatoria, a fissare, appunto, regole sul fronte dei prezzi, della dispensazione, ecc. Se però le regole sono non chiare o carenti, l’effetto dell’intervento dell’Authority è quello di determinare incertezze comportamentali degli attori, contenziosi, ecc. E’ il caso della diatriba in ordine all’impiego dei farmaci biotecnologici, che ormai – e sempre più nel futuro – rappresentano il “core” della spesa. Nella partita sulle casistiche di impiego di questi medicinali si giocano ormai i fatturati importanti delle case farmaceutiche. In primis tra produttori dei brand a brevetto scaduto e produttori di biosimilari (farmaci con medesima base biologica approvati per le stesse indicazioni terapeutiche). Entrano in campo i concetti di “continuità terapeutica” e pazienti “naive”, per indicare nell’un caso la prosecuzione della cura con il farmaco già in uso, nell’altro quale farmaco prescrivere al paziente che entra per la prima volta in trattamento. Tutto si gioca intorno al concetto di “equivalenza terapeutica” tra brand e sui biosimilari, e tra molecole biotecnologiche diverse tra loro ma comprese nella medesima categoria terapeutica. Sul tema l’ente regolatorio è intervenuto con pareri scientifici e indicazioni operative non definitivi e interlocutori, con la sola eccezione di aver sancito l’equivalenza terapeutica e quindi la sovrapponibilità tra farmaci composti da molecole di origine chimica e loro equivalenti (generici). In ogni caso, l’Agenzia del farmaco, cui per legge è stata attribuita la competenza a definire le equivalenze terapeutiche (attività produttiva di possibili rilevanti conseguenze sull’appropriatezza e contenimento della spesa sanitaria), assume paradossalmente una posizione attendista, cioè, in materia di equivalenza terapeutica, si muove solo su imput delle Regioni, che devono inoltrare specifiche richieste documentate. Eppure l’AIFA dovrebbe presiedere con ruolo propulsivo alle politiche del farmaco, nell’interesse nazionale. Ovvio rilevare, poi, come il metodo dell’equivalenza on demand, nella sua farraginosità, si traduca in uno dei tanti casi di inefficienza generale di sistema e spreco di risorse (le stesse attività replicate in parallelo in ogni Regione, ritardi decisionali che comportano maggiori prezzi di acquisto ecc.).

Un altro elemento di incertezza è dato dal ruolo svolto dalle Regioni, che sull’assistenza sanitaria esercitano una competenza “concorrente” con quella statale. Nella spasmodica ricerca di economie di spesa, emanano direttive rivolte alle aziende sanitarie sui comportamenti di acquisto in materia di farmaci, provvedimenti che a volte generano conflitti di competenze e impugnative dello Stato centrale. Soprattutto quando invadono la competenza regolatoria dell’Authority. Ovviamente, poi, i comportamenti sono difformi da Regione a Regione. Qualcuna garantisce la “continuità terapeutica”, qualcuna impone la dispensazione di biosimilari ai pazienti “naive” (con stravolgimento delle regole sulla concorrenza, in base alle quali il farmaco da dispensare è quello che vince la gara, non necessariamente un biosimilare), qualcuna fissa quote percentuali di prescrizioni di farmaci biosimilari, con tanto di incentivo/disincentivo ai direttori generali, senza aver definito su base scientifica in quali casi clinici va dispensato il brand e in quali casi il biosimilare. Prescrizioni un tanto al chilo, insomma. In questo quadro di mancate certezze regolatorie, ad ogni aggiudicazione di gara o delibera regionale di indirizzo fioriscono i ricorsi delle case farmaceutiche e i Tribunali amministrativi – ovviamente non competenti in materia farmacologica – sentenziano come possono, a volte in modo contradditorio. La querelle potrebbe tuttavia nel medio periodo sgonfiarsi in maniera spontanea. Infatti, è in atto un massiccio processo di acquisizione delle case farmaceutiche che producono biosimilari, da parte delle big pharma.

Sul tema della governance complessiva del settore e delle prospettive si è espresso il farmacologo Silvio Garattini, Direttore dell’Istituto Mario Negri, in audizione il 22.2.2016 alla Commissione Affari Sociali Camera dei Deputati:

Sono fondamentalmente d’accordo con le raccomandazioni presentate dall’On. Silvia Giordano e altri nell’ordine del giorno del 22 febbraio scorso. Desidero tuttavia precisare ed espandere il significato di tali raccomandazioni:

  1. Quanto al segreto nella contrattazione dei prezzi, ritengo che, senza regole prestabilite,questa sia una pratica preoccupante, che tra l’altro non pare abbia precedenti nell’acquisto di beni e servizi da parte di strutture pubbliche. Se il segreto sui prezzi dovesse estendersi, questo rappresenterebbe un vulnus alla trasparenza che deve caratterizzare tutte le azioni che impiegano fondi pubblici. Si può accettare una segretezza durante la trattativa, ma poi il non sapere il prezzo di ciò che si prescrive genera confusione.

  2. I prezzi dei farmaci sono in continuo aumento, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti farmaci biologici. In generale, l’industria tende a giustificare il prezzo adducendo le crescenti spese per la ricerca. In realtà, si calcola che sul fatturato globale la ricerca riguardi solo circa l’otto percento. Il problema è diverso. Oggi l’industria farmaceutica tende a fare relativamente poca ricerca intramurale e realizza invece un’attività di scouting a livello internazionale, acquistando prodotti promettenti da piccole industrie start-up, spesso sostenute da fondi pubblici. Poiché c’è competizione per tali prodotti, il loro prezzo d’acquisto sale: si ritiene che l’acquisto del sofosbuvir (il primo farmaco anti- epatite C) sia stato pagato circa 11 miliardi di dollari. Ma tale investimento non rappresenta una spesa per la ricerca come impropriamente si sostiene da parte industriale. È questa interpretazione distorta della realtà che fa dire all’industria che il costo per la ricerca e lo sviluppo di un farmaco sia arrivato a circa 1,5 miliardi di dollari. Le stesse considerazioni valgono per i farmaci antitumorali che rappresentano attualmente una spesa ospedaliera importante e in continuo aumento.

  3. Di fronte al fatto che anche un Paese industrializzato come l’Italia non possa sostenere la spesa per farmaci essenziali, occorre riflettere e cercare di porvi rimedio.

    • Alcune modifiche sono necessarie a livello legislativo europeo per permettere all’EMA di esercitare maggior rigore nell’approvazione di nuovi farmaci. Devono essere disponibili tutti i dati che sono alla base dell’approvazione di un nuovo farmaco, visto che non ha senso apporre il segreto industriale sui dati preclinici e clinici.

    • La legislazione attuale prescrive che un nuovo farmaco venga approvato sulla base di tre caratteristiche: qualità, efficacia e sicurezza. Ciò permette di approvare farmaci che non sono distinguibili da quelli già esistenti e tantomeno sono migliori di questi. Ciò accade perché i nuovi farmaci si confrontano con il placebo, anche quando esistono farmaci efficaci per la stessa indicazione terapeutica. Quando si confrontano i nuovi farmaci con quelli già in uso, si mira a documentarne semplicemente la non-inferiorità anziché la superiorità.

    • La legislazione europea ammette per la registrazione di nuovi farmaci solo i dossier preparati dall’industria farmaceutica. Questo rappresenta un enorme conflitto di interessi. Sarebbe necessario che almeno uno studio clinico controllato di Fase 3 venisse condotto da un ente indipendente no-profit e i suoi risultati facessero parte del dossier registrativo.

    • Se questi principi venissero accolti sarebbero pochi i nuovi farmaci approvati. Ciò ridurrebbe la spesa farmaceutica per farmaci non innovativi, sostenuti non dall’evidenza scientifica, ma solo dalla pressione promozionale, in cui l’industria farmaceutica investe molte volte di più di quanto investe in ricerca e sviluppo.

  4. Occorre rivedere in modo sistematico il Prontuario Terapeutico Nazionale per eliminare i molti farmaci ormai obsoleti e quelli con prezzi non competitivi. L’ultima revisione, che risale al 1993, ha permesso di eliminare farmaci inutili per un risparmio annuo di circa 3.000 miliardi di lire. È inutile mantenere nel Prontuario prodotti che sono ancora sotto copertura brevettuale e hanno un prezzo elevato, quando vi sono farmaci dal nome generico che costano molto meno. Se si eliminassero alcuni prodotti ipocolesterolemizzanti, antidiabetici e antipertensivi, si potrebbero risparmiare molte centinaia di milioni di euro senza danneggiare gli ammalati. Infatti, non esistono prove che farmaci ancora sotto copertura brevettuale siano superiori rispetto ai farmaci dal nome generico nella stessa classe terapeutica.

  5. Non si capisce perché i pazienti debbano aver speso nel 2014 circa un miliardo di euro per pagare un ticket riguardante la differenza di prezzo tra farmaco dal nome di fantasia e farmaco dal nome generico. Se il Prontuario obbligasse tutti i prodotti – generici e di riferimento – ad avere lo stesso prezzo, il cittadino risparmierebbe e in prospettiva vi sarebbero meno farmaci della stessa classe terapeutica. La situazione è molto più grave per i farmaci biosimilari, quelli che rimpiazzano alla fine della copertura brevettuale i farmaci di origine biologica. In questo caso si tratta di risparmi molto importanti, perché il prezzo di questi farmaci è molto elevato. Ad esempio una ditta norvegese ha dichiarato che il prezzo per grammo di trastuzumab, un antitumorale contro il tumore della mammella, può scendere dagli attuali 3.000 euro al grammo per il farmaco biologico a di 31 euro per il farmaco biosimilare. Anche nel caso dei biologici si potrebbe imporre il prezzo dei biosimilari come condizione per rimanere nel Prontuario.

  6. Si suggeriscono anche altre iniziative:

    • Richiedere alle industrie per ogni nuovo prodotto una composizione analitica delle voci che concorrono a stabilire il prezzo.

    • Stabilire un rapporto inverso fra volumi di acquisto e prezzo.

    • Rimborsare in rapporto ai risultati ottenuti.

    • Realizzare aste pubbliche per i prodotti che più incidono sulla spesa.

    • Realizzare un sistema di negoziazione europea per avere maggiore potere negoziale.

    • Giungere in casi estremi, quando sia in gioco la vita dei pazienti, alla sospensione o all’abolizione del brevetto.

  7. È essenziale rafforzare la ricerca indipendente per offrire migliori basi di evidenza agli interventi del SSN. Per quanto riguarda i farmaci una legge del 2005 aveva messo a disposizione risorse per studi clinici indipendenti. La disponibilità di tali risorse non grava sulla spesa pubblica, perchè i fondi derivano da una tassa che l’AIFA impone alle aziende farmaceutiche in rapporto (5%) al loro investimento in attività promozionali (eccetto i  salari). Inspiegabilmente dal 2012 i bandi di concorso si sono interrotti, nonostante i fondi siano disponibili. La ricerca deve essere una componente del bilancio del Fondo Sanitario Nazionale. È necessario realizzare ricerche che siano di interesse del SSN e non necessariamente dell’industria farmaceutica. La ricerca indipendente non è una spesa ma un investimento, perché, se condotta correttamente, rappresenta la migliore “spending review”.”

I costi crescenti dell’assistenza e il contingentamento delle risorse disponibili rendono ineludibile una revisione completa del “sistema farmaco”. Solo così potranno essere garantite equità assistenziale e accesso a tutti a costosi farmaci innovativi salvavita. Cioè si salverà il welfare.

articolo a cura del dott. Marco Boni, direttore responsabile di News4market

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CONSIP: attività, performances e “potenziale” effettivo della centrale acquisti

La Consip ha diffuso il rapporto annuale sull’attività del 2015. Obiettivi raggiunti, secondo la Centrale acquisti. Infatti:
“La gestione 2015 raggiunge tutti gli obiettivi prefissati, grazie a una conduzione in sintonia con il complessivo indirizzo di sviluppo, crescita e innovazione che permea l’intero settore pubblico. La spesa presidiata si attesta a 40,1 miliardi (+5% su 2014), il valore intermediato è pari a 7 miliardi (+18% su 2014), il risparmio su convenzioni e accordi quadro è di 3,3 miliardi (+5% su 2014).
Una menzione particolare merita il Mercato Elettronico della P.A. (Mepa), che dimostra come siano “sempre più on-line gli acquisti della PA”. Nel 2015, il valore degli acquisti effettuati attraverso questo strumento ha superato i 2 mld/€, facendo segnare un incremento del +39%. Il risultato è stato raggiunto con un aumento, da 523mila a 650mila (+24%), dei contratti stipulati. Sono stati oltre 39mila i buyer che hanno effettuato almeno un acquisto nel 2015, con una crescita del +19%. Significativo anche lo sviluppo dell’offerta. I fornitori sono quasi 55mila, con una crescita del +50%. Di questi, il 99% sono piccole e medie imprese (72% micro, 23% piccole, 4% medie). Gli articoli disponibili sono 7.510.270 (+38%), confermando il Mepa come il mercato elettronico (pubblico) più grande d’Europa.”
L’anno trascorso ha visto, poi, la messa a regime del nuovo sistema di governance degli acquisti pubblici che – in attuazione di quanto previsto dal DL 24 aprile 2014 n. 66 – ha interessato la costituzione di 33 Soggetti aggregatori per gli acquisti di beni e servizi e il progressivo avvio delle attività.”

Il documento prosegue con un richiamo alle variazioni di fine anno sul quadro regolamentare:
“- Rafforzamento della centralizzazione degli acquisti (Legge Stabilità 2016): potenziamento delle misure di spending review relative agli acquisti pubblici; rafforzamento del “benchmark” e del sistema dei controlli; estensione del perimetro soggettivo e oggettivo di obbligatorietà degli strumenti Consip;
-Rilancio dell’Agenda digitale (Legge Stabilità 2016): centralizzazione degli approvvigionamenti ICT tramite Consip e/o Soggetti aggregatori; innovazione dei processi della PA (Giustizia, Sanità, Scuola digitale); digitalizzazione dei rapporti con la PA di cittadini e aziende.
– Spinta ad una maggiore trasparenza (riforma degli appalti): semplicità di accesso e tracciabilità delle informazioni; maggiore ricorso delle amministrazioni agli strumenti telematici di acquisto; accesso più facile per le imprese e, in particolare, per le PMI.
Quanto sopra per rimarcare quanto la centrale di committenza nazionale sia nodo di scambio nella strategia di riqualificazione della spesa pubblica, che passa attraverso la capacità di fare aggregazione, di qualificare la domanda, di creare dei flussi trasparenti, di diffondere le conoscenze, di utilizzare le moderne tecnologie, di formare e riqualificare il personale, di innovare i processi amministrativi e organizzativi, di monitorare e controllare i risultati.
Attraverso un eccellente processo di approvvigionamento – fondato sulla necessaria digitalizzazione dello stesso – si può riportare fiducia nello Stato non solo per acquistare bene, ma per definire masse critiche di contratti contendibili, per garantire mercati vitali e competitivi, per stimolare innovazione sviluppo, per garantire occupazione e un utilizzo efficiente delle risorse disponibili.
Consip ha visto ancora una volta rafforzato il proprio ruolo nel sistema degli approvvigionamenti pubblici, attraverso una serie di nuove norme che ne hanno allargato ulteriormente il perimetro di azione, confermando la fiducia dei soggetti decisori verso la capacità dell’azienda di realizzare gli obiettivi che le vengono affidati.”

Il rapporto dettaglia le modifiche al quadro normativo:

“Nel corso del 2015, la disciplina che regola le attività di Consip si è arricchita di nuove norme che hanno apportato modifiche, anche sostanziali, sia nell’ambito delle attività del Programma di razionalizzazione degli acquisti pubblici sia nelle altre aree di intervento dell’Azienda, in particolare quelle della legge di stabilità 2016.
In materia di acquisti pubblici, ferma restando la disciplina già da anni vigente sull’obbligo/ facoltà di ricorso a Consip e alle centrali regionali – che prevede per alcune amministrazioni e determinate categorie merceologiche l’obbligo del ricorso a Consip o alle centrali di committenza regionali e comunque il rispetto dei parametri di qualità e prezzo fissati dalle convenzioni quadro di Consip o della centrale di committenza regionale di riferimento, nonché un obbligo pressoché generalizzato di ricorso al Mepa (o altri strumenti telematici) per gli acquisti sotto la soglia comunitaria – sono state dettate nuove norme tra le quali in particolare:

  • l’estensione anche agli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale e alle agenzie fiscali dell’obbligo di ricorso alle convenzioni Consip e al Mepa (art.1, comma 495)
  • l’estensione alle società controllate dallo Stato e a quelle controllate dagli enti locali che siano organismo di diritto pubblico dell’obbligo di rispettare il benchmark di qualità e prezzo fissato dalle convenzioni Consip (art.1, comma 498)
  • con riferimento alle merceologie di spesa del DL 95/2012 (energia elettrica, gas, carburanti rete ed extrarete, combustibili per riscaldamento, telefonia fissa e mobile, a cui sono stati aggiunti i buoni pasto), la possibilità per le amministrazioni di acquistare autonomamente a prezzi inferiori a quelli delle convenzioni Consip e centrali di committenza se ottengono un corrispettivo inferiore del 10% per le categorie merceologiche telefonia fissa e telefonia mobile e del 3% per le restanti categorie, rispetto ai migliori prezzi delle convenzioni e degli accordi quadro di Consip e delle centrali di committenza regionali, disposizione che non si applica però nel triennio 2017-2019 (art.1, comma 494)
  • la possibilità per tutti i comuni di procedere autonomamente per gli acquisti di beni, servizi e lavori di valore inferiore a 40 mila euro e l’esclusione dell’obbligo di ricorso al Mepa, ai mercati elettronici e agli strumenti di acquisto e negoziazione telematici per gli acquisti di importo inferiore a mille euro. (art.1, commi 501, 502 e 503)
  • la possibilità per Consip di attivare strumenti di acquisto e negoziazione che hanno per oggetto attività di manutenzione (art.1 comma 504)
  • una nuova disciplina del benchmark di qualità e prezzo. Un decreto del MEF, sentita l’A- nac, definisce le caratteristiche essenziali delle prestazioni principali che saranno oggetto delle convenzioni stipulate da Consip. All’attivazione di convenzioni Consip, vengono pubblicati i valori delle caratteristiche essenziali e i relativi prezzi, che costituiscono i parametri di prezzo-qualità. Nei casi di indisponibilità della convenzione Consip e in mancanza dei prezzi di riferimento forniti dall’Anac, i prezzi dell’eventuale precedente edizione di una convenzione, opportunamente adeguati con provvedimento dell’Anac, costituiscono prezzo massimo di aggiudicazione. Le PA obbligate a ricorrere alle convenzioni Consip o a quelle delle centrali regionali di committenza possono procedere ad acquisti autonomi solo a seguito di apposita autorizzazione, specificamente motivata dall’organo di vertice ammini- strativo e trasmessa alla Corte dei conti, qualora il bene o servizio oggetto di convenzione non sia idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell’amministrazione per mancanza delle caratteristiche essenziali (art. 1, commi 507, 508 e 510).

Tra le norme previste dalla Legge di stabilità ve ne sono alcune che impattano anche sulle attività di Consip legate ai progetti innovativi per la PA:

  • per l’acquisizione centralizzata dei beni ICT e di connettività, le amministrazioni pubbliche e le società inserite nel conto consolidato Istat hanno l’obbligo di procedere esclusivamente tramite Consip o i soggetti aggregatori per i beni e i servizi disponibili presso gli stessi soggetti, salvo che vi sia apposita autorizzazione motivata dell’organo di vertice amministrativo, il servizio non sia disponibile o idoneo al soddisfacimento dello specifico fab- bisogno dell’amministrazione e nei casi di necessità ed urgenza comunque funzionali ad assicurare la continuità della gestione amministrativa (art.1, comma 512 e 516)
  • l’Agid predispone il Piano triennale per l’informatica nella PA che, approvato dal Presidente del Consiglio, contiene per ciascuna amministrazione (o categoria di amministrazioni) l’elenco dei beni e servizi informatici e di connettività e dei relativi costi, individuando quelli di rilevanza strategica. Per l’acquisizione dei beni e dei servizi strategici indicati nel Piano, Consip o il soggetto aggregatore interessato programmano gli acquisti in coerenza con la domanda aggregata di cui al predetto Piano (art.1 comma 513).

Il nuovo sistema degli approvvigionamenti pubblici

L’anno trascorso ha visto anche la messa a regime del nuovo sistema di governo degli acquisti pubblici che – in attuazione del DL 24 aprile 2014 n. 66 (poi convertito con legge 23 giugno 2014 n. 89) – ha portato alla costituzione di 33 Soggetti aggregatori per gli acquisti di beni e servizi (Consip in qualità di centrale di committenza nazionale, 21 Centrali regionali, 9 Città metropolitane e 2 Province) e il progressivo avvio delle attività.

Il disegno riformatore del sistema degli appalti pubblici è caratterizzato da alcuni punti cardine:
– riduzione del numero delle stazioni appaltanti, storicamente superiore a 32mila, aggregando gli acquisti verso un numero limitato di soggetti dotati di competenze e risorse di alto livello (Soggetti aggregatori)
– incremento della quota di spesa pubblica da gestire in forma aggregata, per favorire la ra- zionalizzazione della stessa, oltre che diffondere buone pratiche tra le amministrazioni
maggiore utilizzo degli strumenti telematici di negoziazione
– definizione di un quadro dettagliato di prezzi di riferimento per gli acquisti pubblici
rafforzamento del sistema dei controlli sugli appalti, in particolare sui contratti non stipulati da Soggetti aggregatori, attraverso un ruolo più incisivo dell’Anac (Autorità nazionale anti corruzione)
I Soggetti aggregatori, riuniti nel Tavolo tecnico, hanno il compito di aggregare la spesa partendo dall’analisi dei fabbisogni delle amministrazioni che rientrano nei propri ambiti territoriali di competenza e di gestire le procedure di gara, per le amministrazioni obbligate, su determinate aree merceologiche e al di sopra di determinate soglie, definite attraverso un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm) emanato annualmente.

A tale proposito, proprio negli ultimi giorni dell’anno, è stato emanato il Dpcm 24 dicembre 2015 che individua le categorie merceologiche e le soglie – intese come importo annuo massimo negoziabile autonomamente – al superamento delle quali, a partire dal 1 gennaio 2016, le amministrazioni statali e regionali nonché gli enti del SSN e gli enti locali (questi ultimi a partire dal 1 luglio), devono ricorrere a Consip o ad altro Soggetto aggregatore.

Si tratta di categorie di spesa che riguardano principalmente il settore sanitario e in misura minore la spesa comune a tutte le amministrazioni (con un focus sui fabbisogni degli enti locali), per le quali le amministrazioni pubbliche spendono annualmente circa 15,6 miliardi di euro.

Sulla disciplina dei Soggetti aggregatori, inoltre, è intervenuta anche la recente Legge di stabilità 2016 (L. 28 dicembre 2015 n. 208) che ha previsto, tra le varie disposizioni:
l’obbligo per le PA di trasmissione al Tavolo tecnico dei dati di programmazione in relazione ai beni e ai servizi di importo unitario superiore a un milione di euro (art. 1, comma 505)
l’obbligo per gli enti del Servizio sanitario nazionale di approvvigionarsi, per le categorie sanitarie previste dal Dpcm sopracitato, esclusivamente attraverso la centrale di committenza regionale di riferimento o Consip (art.1, commi 548 e seguenti).”

Riguardo alle performances di Consip, il rapporto mette in evidenza quanto segue.

Le tradizionali grandezze che misurano l’attività aziendale hanno fatto registrare un’ulteriore crescita rispetto al 2014. Sono aumentati, infatti, sia il valore di spesa presidiata (+ 5% rispetto al 2014) con tutti gli strumenti Consip, sia il valore degli acquisti effettuati attraverso i medesimi strumenti (l’“intermediato”, che ha segnato un +18%)

2012

2013

2014

2015

Spesa presidiata (mln/€)

30.092

36.127

38.070

40.102

Intermediato (mln/€) (*)

3.390

4.257

5.798

7.046

(*) Il valore intermediato (o erogato) è la grandezza che registra il valore degli ordini di fornitura attribuendo pro quota tale valore per il periodo di durata del contratto stipulato, neutralizzando così gli effetti contabili prodotti dall’attribuzione dell’intero valore dell’acquisto nel momento della conclusione del contratto.

Nel 2015 l’insieme degli strumenti di e-procurement messo a disposizione da Consip, come anticipato, ha consentito di “presidiare” una spesa complessiva delle pubbliche amministrazioni pari a 40,1 miliardi di euro, con un’opportunità di risparmio complessiva sui prezzi d’acquisto – riferita ai soli strumenti Convenzioni e Accordi quadro che fissano un benchmark di prezzo per le PA – pari a 3,3 miliardi di euro.

Il sistema delle Convenzioni – che costituisce da sempre il principale pilastro del Programma – ha registrato anche nel 2015 valori significativi, con una crescita diffusa di tutti i principali indicatori.

CONVENZIONI

2014

2015

2015 vs 2014

Intermediato (mln/€)

3.457

3.644

+ 5%

Risparmio potenziale (mln/€)

3.006

3.061

+ 2%

Ordini (n°)

58.281

62.061

+ 6%

Punti ordinanti registrati (n°)

129.271

134.975

+ 4%

Il Mepa (Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione) ha ulteriormente consolidato il proprio posizionamento quale strumento centrale per la razionalizzazione degli acquisti pubblici sotto la c.d. soglia comunitaria (135mila euro per le PA centrali e 209mila euro per tutte le altre), in grado di fornire vantaggi sia alle amministrazioni abilitate, in termini di risparmi di tempo nonché di maggiore trasparenza e tracciabilità dell’intero processo di acquisto, sia alle piccole e medie imprese fornitrici, favorendone l’accesso alla domanda pubblica. L’importanza di questo strumento è testimoniata dal fatto che, in Italia, il 99% delle procedure di acquisto pubbliche per beni e servizi (circa 4.500.000, dati Anac) è di valore in- feriore a 200mila euro.

Nel 2015 tutti i principali indicatori del Mepa hanno riportato una considerevole crescita. Il valore intermediato ha superato i 2 miliardi di euro, facendo segnare un incremento del + 39% rispetto al 2014. Il risultato è stato raggiunto con un aumento, da 523mila a 650mila (+ 24%), del numero dei contratti stipulati. Sono stati oltre 39mila i ‘buyer’ pubblici che hanno effettuato almeno un acquisto nel corso del 2015 (c.d. Punti ordinanti attivi), con una crescita del + 19% rispetto al 2014. I fornitori abilitati sono oggi quasi 55mila, con una crescita del + 50% rispetto allo scorso anno.
Di questi il 99% è rappresentato da PMI (72% micro, 23% piccole, 4% medie). Gli articoli disponibili, suddivisi in 30 bandi, hanno raggiunto la quota di 7.510.270 (+ 38% rispetto al 2014), confermando il Mepa come il mercato elettronico più grande d’Europa.
Il 2015 ha inoltre segnato anche il consolidamento e l’incremento nel ricorso ai nuovi strumenti di acquisto quali l’Accordo quadro – utilizzato sia dalle singole amministrazioni come strumento per aggiudicare in modo semplificato i loro appalti specifici sia da Consip per la stipula di convenzioni – e il Sistema Dinamico di Acquisto della Pubblica Amministrazione (Sdapa), utilizzato nell’ottica di estendere il perimetro di spesa presidiata dal Programma.
Ad oggi Consip misura “ufficialmente” solo i dati di risparmio sui prezzi unitari relativi al sistema delle convenzioni e agli Accordi quadro (Area Programma Acquisti, complessivamente 3,30 miliardi di euro nel 2015), alle gare per l’Agenda digitale e alle iniziative legate ad alcune delle convenzioni con amministrazioni per le quali Consip svolge il ruolo di centrale di committenza (Le Aree Procurement verticale per tutta la PA e per singole amministrazioni, un valore pari 125 milioni di euro nel 2015), per un totale che arriva a 3,42 miliardi di euro. A questo valore va aggiunta la quantificazione (attualmente non contabilizzata) del risparmio sui prezzi unitari ottenuto grazie agli acquisti effettuati nel 2015 sul Mepa (125 milioni di euro), con le gare espletate nel corso dell’anno in modalità Application Service Provider effettuate dalle amministrazioni su piattaforma MEF/Consip o su delega di altre amministrazioni (8 milioni di euro), con il Sistema dinamico di acquisto (37 milioni di euro).

Oltre al dato dei risparmi sui prezzi unitari, Consip ha valorizzato anche le altre componenti di risparmio oggi non contabilizzate, quelle legate al Green Public Procurement (GPP), alla dematerializzazione documentale, ai risparmi di processo, da fatturazione elettronica e da contenzioso, per un totale (che include anche l’area non contabilizzata relativa ai risparmi da prezzi unitari) di 2,62 miliardi di euro. Un risultato, questo, che incrementa di oltre il 75% il risparmio attualmente contabilizzato.
L’applicazione di tale metodologia porta complessivamente a un risultato finale, corrispondente al valore creato da Consip per la PA, pari a 6,05 miliardi di euro, rispettivamente attribuibile per 5,87 miliardi di euro all’attività del Programma Acquisti, e a 171 milioni di euro per l’area del Procurement verticale per tutta la PA o per singole PA.

Le Convenzioni e gli Accordi quadro

Le Convenzioni sono il principale strumento attraverso il quale Consip contribuisce alla realizzazione degli obiettivi di razionalizzazione della spesa, in quanto attraverso di esse vengono presidiati i maggiori volumi di spesa, si realizza in pieno l’effetto di aggregazione della domanda e si fissano i prezzi di riferimento per tutta la Pubblica Amministrazione.
Le convenzioni sono contratti quadro stipulati da Consip, per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in base all’art. 26 della legge 488/99, con i quali il fornitore aggiudicatario della gara bandita da Consip si impegna ad accettare ordinativi di fornitura emessi dalle singole amministrazioni abilitate al sistema, alle condizioni di prezzo e qualità offerte, fino a concorrenza del quantitativo massimo di beni e servizi previsto dalla gara.
Le gare svolte da Consip riguardano quantità di beni e servizi atte a coprire una parte rilevante del fabbisogno complessivo delle PA nei vari settori merceologici. Per questo esse consentono di ottenere risparmi notevoli, legati all’effetto prodotto dall’aggregazione della domanda delle amministrazioni e rappresentano ancora oggi una larga percentuale del valore complessivamente creato da Consip per la Pubblica Amministrazione.
Nel 2015 sono state gestite complessivamente 118 iniziative (fra gare pubblicate, aggiudicate o in aggiudicazione, convenzioni attive e non attive con contratti in corso di validità) afferenti a diverse merceologie per un valore complessivo di spesa presidiata di circa 17.761 milioni di euro.
Il valore di spesa presidiata, inferiore rispetto al 2014, è riconducibile all’aggiornamento dei valori di spesa annua stimati per le diverse merceologie, alla variazione del contenuto specifico di alcune iniziative e alla conseguente ridefinizione del perimetro di presidio merceologico e della dinamica dei “prezzi di mercato”, con impatti sui valori di spesa associati alle diverse merceologie (es. prodotti energetici).

Il volume degli acquisti intermediati direttamente attraverso il sistema delle convenzioni – misurato dall’intermediato – ha raggiunto un valore di 3.644 milioni di euro, con un aumento del 5% circa rispetto al 2014.

L’andamento di queste grandezze ha generato un risparmio potenziale messo a disposizione delle amministrazioni di 3.061 milioni di euro. Tale grandezza è determinata dalla riduzione dei costi unitari, rispetto ai prezzi praticati alla PA, ottenuta con l’aggiudicazione delle singole iniziative – in media il 17% come certificato dalla più recente rilevazione MEF/Istat fra le amministrazioni pubbliche. Esso misura il possibile risparmio di spesa per la PA, a parità di quantità acquistate, attraverso l’utilizzo dello strumento delle convenzioni, sommando il “risparmio diretto” ottenuto dalle PA che acquistano attraverso Consip (il valore di questa grandezza nel 2015 è stato pari a 605 milioni di euro) e il “risparmio da benchmark”, ottenuto dalle amministrazioni che acquistano attraverso proprie procedure, dovendo comunque adeguarsi ai parametri di qualità e prezzo fissati dalle convenzioni (2.456 milioni nel 2015).
In termini assoluti, il numero degli ordinativi di fornitura complessivamente emessi dalle Pubbliche Amministrazioni si è attestato a 63.967 segnando una crescita del 10% rispetto al 2014, mentre il valore medio unitario per ordine è stato pari a circa 41.839 euro.
Per quanto riguarda i punti ordinanti – ovvero i funzionari che all’interno delle amministrazioni sono dotati del potere di sottoscrivere un ordinativo – sono 137.142 quelli complessivamente registrati sul sistema dall’inizio del Programma di razionalizzazione, mentre nel corso del 2015 sono stati 14.228 quelli che hanno effettuato almeno un ordine.

Il Mepa

Il Mepa (Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione) è un vero e proprio mercato virtuale dedicato alla PA, in cui il processo d’acquisto si svolge totalmente in via telematica, sviluppato da Consip per gli acquisti sotto la soglia di rilievo comunitario (135mila euro per le PA centrali, 209mila per tutte le altre). In tal senso assume una valenza complementare al sistema delle convenzioni e agli altri strumenti di approvvigionamento.

Si tratta dell’unico mercato elettronico a catalogo del mondo nell’ambito della PA e il primo in Europa per numero di articoli disponibili (7.510.270, con una crescita del 38% rispetto al 2014); uno strumento in grado di semplificare i processi d’acquisto delle pubbliche amministrazioni, rendendoli più rapidi, economici, semplici e trasparenti e, al contempo, di facilita- re la partecipazione delle Piccole e medie imprese (PMI) al mercato della fornitura pubblica, abbattendo le barriere all’ingresso e allargando il mercato potenziale dei singoli operatori economici.
Il Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione nel corso del 2015, ha fatto registrare una sensibile crescita di tutti gli indicatori.
Rispetto al 2014, tutte le principali grandezze sono in crescita, in particolare l’intermediato ha superato i 2 miliardi di euro (+39% rispetto al 2014). Sono stati perfezionati complessi- vamente 649.692 ordinativi con un incremento del numero di transazioni nel 2015 pari al 24%.
I punti ordinanti attivi sono stati 38.983 (+19% vs 2014) mentre i fornitori abilitati nell’anno risultano essere 54.237 (+50% vs 2014) confermando che la diffusione dello strumento nel mercato della fornitura è capillare. Particolarmente significativo il dato relativo alla pre- senza di Piccole e medie imprese sul Mepa che supera il 99% (di cui 72% micro, 23% picco- le, 4% medie imprese).”

Ma quanto mi costi?

Il conto economico della Consip evidenzia costi della produzione 2015 per 42.805.560 di euro, contro 41.647.080 di euro del 2014.
La spesa per il personale è stata nel 2015 di 26.099.000, per una consistenza media di organico di 345 unità (+7% sul 2014). L’incremento di spesa rispetto al 2014 è stato di 541.000 euro.
Pesano anche le “esternalizzazioni”. Infatti per “servizi” sono stati spesi 12.709.340 euro (12.030.502 nel 2014). Tra i servizi spiccano – in aumento – quelli “di assistenza” ( 8.077.530 euro contro 6.792.355 del 2014), riferibili principalmente a personale atipico, stagisti, ecc.

È tutto oro quello che luccica?

I dati esposti da Consip, incrociati con altri indicatori, consentono alcune valutazioni.

La prima considerazione è che le performances dichiarate non misurano il grado di efficienza e quindi di economicità e qualità di azione della Consip, dal momento che l’attività della medesima è svolta in regime di monopolio legale. Non essendo possibili confronti di mercato, non è possibile determinate il “valore” delle performances della Centrale acquisti rispetto a quello di ipotetici concorrenti. Il valore “vero” sarebbe correttamente determinato dalle quote di mercato occupate in un mercato competitivo. I numeri snocciolati nel rapporto quindi dicono poco nulla sull’efficienza operativa effettiva della Centrale, se non in termini di confronto temporale, tra un esercizio e l’altro.

Il dato che annualmente “giustifica” l’esistenza della Consip (e degli altri soggetti aggregatori) è in definitiva quello dei risparmi o mancati incrementi prodotti sulla spesa pubblica. E qui vien stimato il risparmio sui prezzi come raffronto tra i prezzi spuntati nelle convenzioni Consip rispetto a quello degli acquisiti diretti delle pubbliche amministrazioni, ovviamente per beni o servizi comparabili.

“La rilevazione MEF/Istat
Ogni anno il Ministero dell’Economia e delle Finanze, utilizzando metodologie sviluppate da Istat, conduce un’indagine statistica sulle modalità di acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni, mettendo a confronto, per una serie di categorie merceologiche, i prezzi delle convenzioni Consip con quelli mediamente pagati dalle amministrazioni che hanno acquistato i beni e servizi al di fuori delle convenzioni.

Anche nel 2015 si è svolta questa rilevazione, basata sull’analisi di 22 categorie merceologiche e un campione statistico di amministrazioni coinvolte pari a 1.390, scelte secondo criteri di rappresentatività dei diversi comparti della PA utilizzando uno schema di campionamento stratificato. La rilevazione ha registrato un tasso di redemption pari all’86,05%. Il numero totale degli utenti registrati delle diverse amministrazioni coinvolte è stato di 7.935 compilatori e 848 referenti statistici.”

Oltre al limite intrinseco della rilevazione Istat, consistente nel campionamento e non nella rilevazione della totalità dei prezzi pagati, a fronte di doviziose indicazioni sul numero e tipologia dei soggetti che hanno fornito i dati, non si rinviene nel documento del MEF quello – cruciale, ai fini della significatività – della quantità di rilevazioni per ogni merceologia indagata, e del motivo per cui in certi casi è stato realizzato dalle singole amministrazioni un acquisto a prezzi più alti di quelli delle corrispondenti convenzioni, visto che esiste un divieto normativo in tal senso. Questa mancanza di trasparenza sui prezzi extra-convenzione (sui quali però si regge tutto il “castello” che legittima gli acquisti centralizzati e quindi l’esistenza stessa della Centrale) non fuga il dubbio che si tratti di acquisti spot, “marginali” od episodici, magari in corrispondenza di convenzioni “esaurite”, quindi in sostanza un “campione” di prezzi del “campione” di amministrazioni, non confrontabile commercialmente con acquisti sistematici pianificati.
Nelle note metodologiche della rilevazione viene genericamente dichiarato che “Non vengono tuttavia riportate le stime dei livelli dei prezzi medi di acquisto nei casi in cui le stesse risultano scarsamente significative dal punto di vista statistico (ad es. a causa dell’esiguo numero di osservazioni disponibili per la stima o in presenza di molteplici anomalie nei dati rilevati)”.

Il dubbio sulla significatività dei dati di confronto viene espresso anche dalla Corte dei Conti là dove rileva che “Con l’estensione del ruolo affidato a Consip, si fa impellente la necessità di una più attenta e oggettiva valutazione dei risparmi di spesa effettivamente conseguiti” (Relazione su Consip – 2014)
Cio, considerando anche che non viene valorizzata l’altra componente del costo, oltre i prezzo, e cioè la quantità acquistata, grandezza che potrebbe essere influenzata della resa in utenza dei prodotti o servizi.

I dati sui “risparmi” Consip (come quelli degli altri soggetti aggregatori) vengono sbattuti in prima pagina come se fossero economie di spesa. Ma sono minori spese virtuali, basati sull’assunto (come tale non verificato) che, in assenza delle convenzioni, le amministrazioni avrebbero pagato gli stessi beni e servizi (acquistati nelle stesse quantità, e anche ciò è aleatorio) a prezzi maggiori. Nulla di originale. E’ la famosa teoria del risparmio sul “tendenziale” con cui si sono storicamente costruite le leggi finanziarie.

Un altro elemento cruciale che viene taciuto nelle vulgate di beatificazione delle centrali di acquisto è la copertura effettiva “del paniere” di spesa. Questo può essere quantificato a livello nazionale in circa 90.000 milioni di euro (consumi intermedi “in senso stretto”, cioè depurati degli acquisti di prestazioni finali).
Rispetto a questo paniere, viene presidiata, cioè affrontata dalla Consip con almeno un contratto, una spesa di 40.000 milioni, per un intermediato effettivo (ordinativi di fornitura) di 7.000 milioni (3.644 quello delle convenzioni).

Da un lato, si tratta di una copertura molto parziale della spesa globale di riferimento. Ma è quella che, per le sue caratteristiche, la stessa Consip valuta come aggredibile. Ne’ si può sostenere che, dopo oltre 15 anni di attività della Consip, la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi non vada considerata “a regime”.
Dall’altro lato, pur considerando l’incremento di utilizzo degli strumenti Consip, più sopra evidenziato, il rapporto tra spesa presidiata e intermediato effettivo rimane, nonostante gli obblighi normativi, basso.

La dinamica della spesa globale della p.a. per consumi intermedi totali negli ultimi anni è stata la seguente: (in milioni di euro): 133.131 nel 2013; 132.348 nel 2014 (-0,6%); 133.025 nel 2015 (+0,15%). Questo andamento non risulta particolarmente coerente con la progressione dei “risparmi” dichiarati.
Risparmi virtuali e parziale copertura del “paniere” rendono evidente come non sia dimostrabile una correlazione diretta tra andamento della spesa per consumi intermedi e “risparmi” Consip (+ quelli delle altre centrali, calcolati generalmente come variazione sui prezzi precedenti) di volta in volta rivendicati, e come la capacità di incidenza della centralizzazione della domanda sul totale dei consumi intermedi della pubblica amministrazione sia giocoforza limitata. Ma questo è bene non si sappia.

articolo a cura del dott. Marco Boni, direttore responsabile di News4market

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Aggiornamenti tempestivi, costanti e puntuali su tutte le gare pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea: non è utopia ma realtà, grazie al servizio offerto da Net4market – CSAmed s.r.l., che mette a disposizione di tutti coloro che operano nell’ambito degli appalti la possibilità di essere quotidianamente avvisati di tutte le gare attive, già opportunamente filtrate in base ai propri settori d’interesse, attraverso la classificazione CPV (“common procurement vocabulary”, classificazione merceologica ufficiale europea).

Net4market, infatti, primo eSender italiano, pubblica sul TED (Tender Electronic Daily), la versione online del supplemento della Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea dedicato agli appalti pubblici, dal 2005.

Per garantire un servizio sempre completo e aggiornato alle recenti novità europee, l’amministratore unico di Net4market, Gianmaria Casella, ha partecipato lo scorso 20 settembre al “TED eSenders Annual Meeting” a Lussemburgo, presso l’Ufficio Pubblicazioni dell’Unione Europea, a cui sono chiamati a partecipare tutti gli eSenders d’Europa. Il convegno è stato l’occasione per un aggiornamento sui più recenti standard elettronici da utilizzare per le pubblicazioni a livello comunitario e sulle date entro cui dovranno essere adottati. Un focus particolare è stato posto sul Documento di Gara Unico Europeo (DGUE), un’autocertificazione che agevola la partecipazione a procedure ad evidenza pubblica in tutti i Paesi facenti parte dell’Unione Europea, che a partire da ottobre 2018 sarà fornito solo ed esclusivamente in forma elettronica.

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Comune di Modena e Regione Emilia Romagna, accordo sulla centrale unica per gli appalti

Istituire una Centrale unica di committenza per gli appalti pubblici, svolgere un’azione di formazione e consulenza per sviluppare una Rete provinciale per l’integrità e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni, avviare un sistema di monitoraggio del rischio di infiltrazioni mafiose nei diversi comparti economici. Sono i tre obiettivi che si pone “Labalt, Laboratorio appalti legalità e trasparenza”, il progetto per rafforzare la rete provinciale per l’integrità delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione del crimine organizzato di stampo mafioso che sarà avviato entro la fine del 2016 grazie all’accordo di programma sottoscritto dal Comune di Modena e dalla Regione Emilia Romagna.

L’accordo, firmato dagli assessori con delega alle politiche per la legalità Massimo Mezzetti e Andrea Bosi, si colloca nell’ambito della legge regionale (la numero 3 del 2011) che prevede misure per l’attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile.

Il progetto, co-finanziato alla pari da Regione e Comune per un totale di 40 mila euro, è interamente incardinato sulla realtà modenese e si sviluppa su due linee di azione parallele: da un lato avviare una serie di approfondimenti giuridici e organizzativi, in attuazione del nuovo codice degli appalti e nello spirito nella proposta di legge della giunta regionale, per arrivare alla costituzione di una centrale unica per gli appalti pubblici che avrà lo scopo di rendere più efficiente l’attività amministrativa, attraverso l’adozione di procedure uniformi, più rapide e trasparenti, innanzitutto a livello del Comune di Modena, con l’obiettivo di mettere a disposizione l’esperienza per un’area più vasta. Dall’altro, la realizzazione di un programma di formazione, definito in accordo con l’associazione Avviso pubblico, che partirà nel mese di settembre e coinvolgerà sia i dipendenti pubblici che la cittadinanza, in particolare professionisti, imprenditori, insegnanti con l’obiettivo di rafforzare competenze e strumenti operativi che possano rinforzare il ruolo dell’ente locale come argine ai fenomeni corruttivi e alle infiltrazioni mafiose, e l’attivazione di un sistema di monitoraggio del rischio infiltrazioni nei diversi comparti economici.

da www.comune.modena.it

Accordo quadro, uno strumento flessibile a disposizione della stazione appaltante

a cura dell’avvocato Uliana Garoli.

Ai sensi dell’art. 54 D. Lgs. n.50/2016 le stazioni appaltanti possono concludere accordi quadro nel rispetto delle procedure del codice.
Gli appalti basati su un accordo quadro, sono aggiudicati tra le amministrazioni e gli operatori economici che siano parti dell’accordo medesimo, che può disciplinare la prestazione dei lavori, dei servizi e delle forniture.

Dunque, l’accordo quadro è uno strumento preparatorio all’affidamento di uno o più appalti, attraverso il quale una o più stazioni appaltanti e uno o più operatori economici definiscono in anticipo determinate clausole che si obbligano ad inserire nei futuri contratti. Le parti definiscono in pratica un “programma” in base al quale verranno stipulati i successivi contratti applicativi, stabilendone le caratteristiche quali, ad esempio, le specifiche tecniche, la tipologia delle lavorazioni, i tempi di consegna ecc.

Lo strumento sostituisce e supera l’istituto dell’appalto aperto, molto utilizzato in passato, soprattutto per i lavori di manutenzione.
L’accordo quadro, in questo caso, ove sia concluso con un singolo operatore economico, consente alla stazione appaltante un’ampia flessibilità operativa, confermata dalla previsione normativa del 3 comma dell’art. 54, ove si consente all’amministrazione aggiudicatrice di “consultare per iscritto l’operatore economico parte dell’accordo quadro, chiedendogli di completare, se necessario, la sua offerta”.
Ciò caratterizza la necessaria flessibilità dello strumento e consente all’Amministrazione di affidare rapidamente le opere, previamente individuate nell’accordo quadro, mediante la stipula di singoli contratti applicativi che, e questa è una modalità degna di nota, possono essere costituiti anche da semplici ordini di servizio.

Un’importante aspetto, degno di essere sottolineato, riguarda come la stazione appaltante non sia obbligata ad affidare contratti applicativi fino al raggiungimento dell’importo massimo dell’accordo quadro. Ovvero, nel caso l’Amministrazione si trovasse nella condizione di disporre di risorse finanziarie ridotte, potrebbe decidere di affidare solo alcuni appalti, tramite alcuni contratti applicativi, senza per questo dover incorrere in contenziosi con l’operatore economico firmatario dell’accordo quadro.
Tuttavia, di converso, potrebbe estendere un singolo contratto applicativo, ove si ravvisasse la necessità di estendere l’importo originario di un contratto, senza per questo incappare in alcuna violazione dei principi posti a tutela della concorrenza.
Infatti l’accordo quadro vincola l’appaltante a scegliere per l’estensione dei lavori l’operatore economico firmatario dell’accordo.

Ovviamente l’Amministrazione non potrà estendere l’oggetto del contratto proponendo l’inserimento di opere del tutto estranee all’oggetto dell’accordo quadro, nel qual caso dovrà procedere ad un separato appalto o accordo quadro (art. 54 comma 2).

Ciò che rende particolarmente flessibile lo strumento è anche il fatto che, ad esempio, l’impegno di spesa della stazione appaltante non debba riguardare necessariamente l’intero importo contrattuale, bensì possa agevolmente essere frazionato negli importi dei singoli contratti applicativi. Così come, questa volta a favore dell’operatore economico, la polizza fideiussoria richiesta per la cauzione possa essere calcolata non sull’intero ammontare dell’appalto, ma sull’ammontare del singolo contratto, per citare solo alcuni dei vantaggi che lo strumento presenta.

Le stesse regole valgono anche ove l’accordo fosse concluso con diversi operatori economici (art. 54 comma 4).

Si deve, in conclusione, osservare che se l’accordo quadro con la sua flessibilità consente da una parte rapidità di affidamento dei singoli appalti e una certa snellezza nella forma di affidamento attraverso scritture private e persino ordini di servizio, dall’altra parte potrebbe vedere gli operatori economici non invogliati a partecipare ad un accordo quadro che potrebbe svolgersi nel tempo attraverso contratti applicativi dall’attuazione incerta e non conforme ai mezzi aziendali che devono essere messi in campo per l’esecuzione dell’intero appalto.

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Enti locali, l’obbligo di ricorrere ai soggetti aggregatori per 19 categorie merceologiche

Dal 9 agosto anche gli enti locali, nonché loro consorzi e associazioni, sono tenuti al ricorso ai Soggetti aggregatori per gli affidamenti nelle categorie del DPCM 24 dicembre 2015.

La legge 208/2015, art. 1, co. 499, lett. d) estende anche gli enti locali di cui all’art. 2 del dlgs 18 agosto 2000 n. 267 e i loro consorzi e associazioni il rispetto di quanto disposto dall’art. 9 del dl 66/14 e s.m. e i. e dal relativo dPCM 24 dicembre 2015. Il comma 3 di tale dPCM prevede che dal 9 agosto 2016 entri in vigore l’estensione per tali amministrazioni, le quali vanno quindi ad affiancarsi a quelle già individuate dall’art. 9, co. 3 del citato dl, che rispettano tali previsioni normative già dal mese di febbraio 2016.

In sostanza, per affidamenti di servizi e forniture nelle 19 categorie merceologiche e relative soglie elencate nel citato dPCM (ossia: farmaci, vaccini, stent, ausili per incontinenza, protesi d’anca, medicazioni generali, defibrillatori, pace-maker, aghi e siringhe, servizi integrati per la gestione delle apparecchiature elettromedicali, servizi di pulizia per gli enti del SSN, servizi di ristorazione per gli enti del SSN, servizi di lavanderia per gli enti del SSN, servizio di smaltimento rifiuti sanitari, vigilanza armata, facility management immobili, pulizia immobili, guardiania, manutenzione immobili e impianti), le amministrazioni statali, centrali e periferiche, ad esclusione degli istituti e scuole di ogni ordine e grado, delle istituzioni educative e delle istituzioni universitarie, nonché le regioni e gli enti regionali, comuni, province, città metropolitane, comunità montane, comunità isolane, unioni di comuni, nonché i loro consorzi e associazioni, e gli enti del Servizio sanitario nazionale, sono tenuti al ricorso ai Soggetti aggregatori elencati nella delibera ANAC n. 784 del 20 luglio 2016.

Le modalità operative per l’acquisizione del CIG sono illustrate nel Comunicato del Presidente del 10 febbraio 2016. Per ulteriori informazioni è possibile ricorrere alla sezione FAQ del sito dell’ANAC.

I Soggetti aggregatori sono esclusivamente quelli elencati nella Delibera ANAC.

da www.anticorruzione.it

Piano Nazionale Anticorruzione, c’è il testo definitivo

È stato pubblicato il testo definitivo del primo Piano Nazionale Anticorruzione adottato dall’ANAC a seguito della riforma del d.l. 90/2014. Il Piano costituisce un atto di indirizzo per le amministrazioni chiamate ora ad adottare o ad aggiornare concrete e effettive misure di prevenzione di fenomeni corruttivi.

Documenti correlati: Delibera n. 831 del 3 agosto 2016 Determinazione di approvazione definitiva del  Piano Nazionale Anticorruzione 2016

Relazione AIR

Osservazioni alla consultazione pubblica

da www.anticorruzione.it

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