Gare di servizi: “mitigare” i requisiti di fatturato e di capacità tecnica. Lo suggerisce l’Anac

Tenuto conto dell’impatto dell’emergenza sanitaria da Covid-19, l’Autorità suggerisce di “mitigare” i requisiti di fatturato e di capacità tecnica.

Per facilitare la massima partecipazione delle imprese alle gare pubbliche per la fornitura di servizi, con il Comunicato del Presidente del 13 aprile 2021 l’Autorità Nazionale Anticorruzione fornisce alcuni suggerimenti per la predisposizione dei bandi di gara, riguardo ai requisiti di capacità economica finanziaria e di capacità tecnica.

“La crisi ha ridotto il fatturato delle imprese, e gli affidamenti pubblici non devono rappresentare un ostacolo, ma uno strumento per consentire loro di rialzarsi”, dichiara il Presidente Giuseppe Busia. “Abbiamo voluto spronare le stazioni appaltanti ad utilizzare tutta la flessibilità consentita dal Codice dei contratti pubblici: molto si può fare anche senza riforme normative e l’Anac intende usare tutte le leve a sua disposizione in questa direzione”.

A causa dell’emergenza sanitaria in corso alcuni settori produttivi hanno avuto un calo significativo di fatturato a fronte della mancata erogazione dei servizi. Secondo l’Autorità questo può avere un impatto potenzialmente limitativo della partecipazione alle gare future in quanto il fatturato minimo annuo è uno degli elementi che le stazioni appaltanti possono richiedere ai fini della dimostrazione dei requisiti di capacità economica e finanziaria. L’Anac pertanto suggerisce alle stazioni appaltanti, come previsto dal Codice, di valutare attentamente la necessità di richiedere la dimostrazione di tali requisiti tramite il possesso di un fatturato minimo annuo per il triennio precedente la gara che comprende gli anni 2020 e 2021. Qualora le stazioni appaltanti ritengano necessario richiedere la dimostrazione del fatturato minimo annuo, sarebbe opportuno che il valore del fatturato richiesto fosse inferiore a quello massimo consentito dalla norma, ossia al doppio dell’importo a base d’asta.

Per quanto riguarda la capacità tecnica delle imprese, l’Autorità, nel rilevare che la mancata erogazione dei servizi può avere un impatto anche sulla dimostrazione dei principali servizi effettuati negli ultimi tre anni, ricorda che, per assicurare un livello adeguato di concorrenza, le amministrazioni aggiudicatrici possono prevedere nei bandi che sarà presa in considerazione la prova relativa a forniture o a servizi forniti o effettuati più di tre anni prima, come previsto dal Codice dei contratti pubblici (Allegato XVII, parte II).

Fatture commerciali: nel 2020 pagamenti PA con 3 giorni di anticipo. Gli enti del SSN registrano le migliori performance

Prosegue il trend positivo dei tempi di pagamento delle Pubbliche Amministrazioni.  

L’analisi dei pagamenti delle fatture commerciali ricevute dalle PA nel 2020 conferma i progressivi miglioramenti già evidenziati nei precedenti aggiornamenti. Alla luce dei dati del sistema informativo della Piattaforma per i crediti commerciali (PCC) rilevati a maggio 2021, le fatture ricevute dalla PA nel 2020 sono state pari a 27,9 milioni, per un importo totale dovuto di 152,7 miliardi. Le fatture pagate ammontano a 24,7 milioni, pari a 142,7 miliardi di euro, che corrisponde a circa il 95,9% dell’importo totale. Il tempo medio ponderato occorso per saldare le fatture del 2020 è stato pari a 45 giorni, con un anticipo di 3 giorni rispetto alla scadenza. È quanto fa sapere il Mef nel consueto monitoraggio dello stock di debiti commerciali residui.

Tempi medi di pagamento e di ritardo delle PA


I tempi di pagamento delle fatture emesse nel 2020 confermano il trend decrescente del quinquennio precedente, in cui il tempo medio di pagamento era passato dai 74 giorni del 2015 ai 48 del 2019. Corrispondentemente, il tempo medio di ritardo si era ridotto da 27 giorni del 2015 a 1 giorno del 2019.

Tale andamento risulta generalizzato e interessa i diversi comparti della PA. Fra questi, gli Enti del Servizio Sanitario Nazionale ed il comparto delle Regioni e Province autonome fanno registrare le migliori performance, sia per i miglioramenti conseguiti nel triennio di osservazione (2018-2020) e sia per il grado di tempestività nei pagamenti raggiunto alla fine del periodo.

Nel 2020, infatti, i tempi medi di pagamento dei due comparti mostrano, rispettivamente, un anticipo di 15 e 10 giorni, con riduzioni dei tempi di pagamento di 12 e 10 giorni rispetto al 2018. Corrispondentemente, i tempi medi di pagamento passano rispettivamente da 57 e 41 giorni del 2018 a 45 e 31 giorni del 2020.

Percentuale di fatture e dei relativi importi pagati entro i termini dalle PA


Coerentemente con la riduzione dei tempi di pagamento, risulta in costante crescita la quota delle fatture pagate dalle PA entro i termini previsti dalla normativa comunitaria e nazionale. Tale quota passa, per il totale delle PA, dal 64,9% dell’importo delle fatture emesse nel 2018, al 74,1% di quelle emesse nel 2020.

Il miglioramento è riscontrabile anche a livello dei singoli comparti. L’incremento risulta particolarmente importante per gli Enti del SSN e per il comparto delle Regioni e Provincie autonome, le cui percentuali, calcolate in termini di importo, passano rispettivamente dal 70,3% e 73,2% all’80,7% e 81,5%.

Accesso al casellario informatico da parte di stazioni appaltanti con sede negli stati membri dell’Unione Europea

COMUNICATO DEL PRESIDENTE del 19 maggio 2021

Indicazioni in merito alle modalità di accesso alle informazioni contenute nel Casellario informatico di cui all’articolo 213, comma 10, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, da parte di stazioni appaltanti con sede negli Stati membri dell’Unione europea.

Nell’esercizio dell’attività istituzionale di competenza dell’Autorità è emersa l’esigenza di fornire indicazioni operative alle stazioni appaltanti aventi sede negli Stati membri dell’Unione europea e alle imprese italiane che intendano partecipare a procedure di aggiudicazione bandite in detti Paesi, al fine di agevolare la verifica dell’inesistenza delle cause di esclusione previste dall’articolo 57 della Direttiva 24/2014/UE. Ciò anche nell’ottica di agevolare la partecipazione transfrontaliera delle imprese italiane, garantendo la piena ed effettiva parità di trattamento rispetto agli altri offerenti. L’articolo 213, comma 10, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (di seguito codice dei contratti pubblici) prevede che «L’Autorità gestisce il Casellario Informatico dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, istituito presso l’Osservatorio, contenente tutte le notizie, le informazioni e i dati relativi agli operatori economici con riferimento alle iscrizioni previste dall’articolo 80. L’Autorità stabilisce le ulteriori informazioni che devono essere presenti nel casellario ritenute utili ai fini della tenuta dello stesso, della verifica dei gravi illeciti professionali di cui all’articolo 80, comma 5, lettera c), dell’attribuzione del rating di impresa di cui all’articolo 83, comma 10, o del conseguimento dell’attestazione di qualificazione di cui all’articolo 84. L’Autorità assicura, altresì, il collegamento del casellario con la banca dati di cui all’articolo 81».

Il Regolamento approvato con delibera dell’Autorità n. 861 del 2.10.2019 individua, tra l’altro, le notizie che devono formare oggetto di annotazione a carico dei singoli operatori economici. L’articolo 60 della direttiva 2014/24/UE individua i mezzi di prova atti a comprovare l’assenza dei motivi di esclusione di cui all’articolo 57 della medesima direttiva, prevedendo, in particolare che, su richiesta, gli Stati membri mettono a disposizione degli altri Stati membri le informazioni riguardanti i motivi di esclusione elencati all’articolo 57, l’idoneità all’esercizio dell’attività professionale, la capacità finanziaria e tecnica degli offerenti di cui all’articolo 58, nonché eventuali informazioni relative ai mezzi di prova. L’articolo 85, comma 8, del codice dei contratti pubblici stabilisce che «Per il tramite della cabina di regia è messo a disposizione e aggiornato su e-Certis un elenco completo di banche dati contenenti informazioni pertinenti sugli operatori economici che possono essere consultate dalle stazioni appaltanti di altri Stati membri e sono comunicate, su richiesta, agli altri Stati membri le informazioni relative alle banche dati di cui al presente articolo». Ai sensi dell’articolo 88, del codice dei contratti pubblici le stazioni appaltanti utilizzano e-Certis e richiedono in primo luogo i tipi di certificati o le forme di prove documentali che sono contemplati dallo stesso. In ottemperanza a tali previsioni, sono state inserite nel sistema e-Certis e vengono periodicamente aggiornate le traduzioni dei criteri di partecipazione alle procedure di affidamento previsti dalla disciplina nazionale italiana in attuazione della direttiva comunitaria e i criteri cd “purely national” operanti esclusivamente in Italia. Sono inserite nel sistema e-Certis anche specifiche indicazioni in merito ai certificati attestanti il possesso dei singoli requisiti e alle modalità di verifica degli stessi. In particolare, tra i mezzi di prova previsti per la verifica di alcuni requisiti di carattere generale, risulta indicato il Casellario Informatico gestito dall’Autorità. Per l’effetto, sussiste l’interesse delle predette stazioni appaltanti ad accedere ai dati e alle informazioni contenute nel Casellario informatico, in quanto utili ai fini della verifica della sussistenza di taluni motivi di esclusione a carico di offerenti italiani, ai sensi delle disposizioni comunitarie di riferimento. Al fine di ottemperare alle indicazioni normative su riportate, con riferimento ai requisiti verificabili mediante accesso al Casellario informatico, è operativo un collegamento diretto tra il sistema e-Certis e il sito internet dell’Autorità – Sezione Casellario delle Imprese, disponibile al seguente link: https://ec.europa.eu/tools/ecertis/#/evidence/detail/22363 Il collegamento consente di accedere direttamente al link https://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/Servizi/ServiziOnline/CasellarioImprese , contenente le istruzioni operative da utilizzare ad opera delle stazioni appaltanti degli Stati membri per acquisire le informazioni presenti nel Casellario informatico a carico degli operatori economici italiani partecipanti a specifiche procedure di aggiudicazione.

Al fine di scongiurare l’uso non corretto delle informazioni acquisite, sono esplicitate le finalità per cui è legittimamente consentito l’utilizzo delle informazioni medesime ed è chiarita la rilevanza non immediatamente escludente delle annotazioni presenti nel Casellario. Le indicazioni, formulate nelle lingue Italiana e Inglese, prevedono quanto segue: “Le stazioni appaltanti di Stati membri possono accedere alle annotazioni presenti nel casellario informatico facendone richiesta al seguente indirizzo mail: usan@anticorruzione.it. Nella richiesta devono essere indicati: 1. Il nominativo e il codice fiscale dell’operatore economico da verificare 2. La procedura di aggiudicazione per cui si chiede la verifica 3. L’indirizzo mail a cui si vuole ricevere l’esito della consultazione Si avverte che le informazioni trasmesse possono essere utilizzate esclusivamente ai fini della verifica dei requisiti di partecipazione alle procedure di affidamento pubbliche. È rimessa alla stazione appaltante ogni valutazione in ordine alla rilevanza escludente delle informazioni acquisite, da svolgersi sulla base delle disposizioni di recepimento della direttiva europea 24/2014/UE adottate dal singolo Stato membro”. Il Presidente Avv. Giuseppe Busia Depositato presso la Segreteria del Consiglio il 24 maggio 2021

Gli appalti pubblici si semplificano in tre mosse

Giacinto della Cananea, Marco Dugato, Aristide Police e Mauro Renna  (la voce info)

Come si può arrivare a decisioni rapide e flessibili sugli appalti pubblici? È necessario ridurre il numero dei centri decisionali. E ripensare la cornice normativa, intervenendo su Codice degli appalti, ruolo dell’Anac e commissioni di gara.

Gli ostacoli che rallentano gli interventi sulle infrastrutture

Se la teoria economica fornisce buone ragioni a sostegno dell’investimento pubblico nelle infrastrutture, l’ordinamento giuridico configura come doverosa la loro realizzazione in vista dell’esercizio d’una serie di diritti fondamentali, a partire dalle scuole, uno degli esempi addotti da Adam Smith.

Nel corso degli anni, però, il potenziamento delle infrastrutture è stato reso sempre più difficile: dall’impoverimento delle competenze tecniche dei funzionari pubblici, dalle regole stabilite dal codice degli appalti e da quelle che vi si sono sovrapposte, dalla riluttanza ad assumere decisioni per il timore della correlativa responsabilità amministrativa e penale.

Pur concordando con quanti sottolineano la prima difficoltà, che richiede d’intervenire sulla formazione dei funzionari in servizio e sui criteri per assumerne di nuovi, lo scorso anno abbiamo argomentato a favore d’una semplificazione della cornice normativa e d’una ridefinizione dei rimedi giurisdizionali. Nelle sedi istituzionali e in quelle scientifiche, vi è stato consenso sulla prima, meno sulla seconda, per motivi che richiedono un’autonoma disamina. In questa sede, suggeriamo ai decisori politici di proseguire sulla via della semplificazione su tre versanti.

Innanzitutto, pur dovendosi abbandonare il fallimentare e inattuato sistema della qualificazione delle stazioni appaltanti, occorre intervenire sul loro numero. Questa fondamentale scelta non è più rinviabile. Pure la sua attuazione richiede una buona dose di saggezza. È, a dir poco, arduo convincere i responsabili politici ai vari livelli di governo a passare da più di ottomila centri decisionali a qualche unità. È più praticabile, dunque più ragionevole, riservare ordinariamente gli appalti di opere aventi un importo economico superiore alla soglia prevista dalle direttive dell’Ue a poche decine di centri decisionali, in grado di gestirli in modo efficiente ed efficace. Nel contempo, si dovrebbero ridurre i vincoli sugli altri appalti (quelli “sotto soglia” Ue), che ben possono essere gestiti da tutte le figure soggettive del variegato sistema amministrativo italiano.

La cornice giuridica

Il discorso si sposta, così, sulla cornice giuridica. È resa eccessivamente complessa dal Codice degli appalti, le cui norme di attuazione sono “dormienti” (il regolamento elaborato l’anno scorso non ha ancora visto la luce), dalle linee guida e dalle circolari adottate da varie istituzioni, inclusa l’Anac. Diversamente da altri, non pensiamo che del Codice degli appalti si debba necessariamente fare a meno. Ma indipendentemente dalla sua sorte (e dalla eventuale riduzione del suo ambito di applicazione oggettivo e soggettivo), vi è un gran bisogno di quella celerità e flessibilità che le direttive dell’Ue sicuramente consentono. Per poterne beneficiare, oltre ad adottare norme primarie riguardanti il Codice, occorre sfoltire le regole aventi grado inferiore per almeno due anni. Occorre, inoltre, ripensare il ruolo dell’Anac. Contrariamente ad altri, non pensiamo che questa istituzione vada abolita. Piuttosto, va ricondotta al suo ruolo originario, che è di controllo, vigilanza e monitoraggio. In particolare, mentre l’attenzione dei più si concentra sulle procedure di aggiudicazione degli appalti, vi è un gran bisogno di un attento monitoraggio sulla corretta e puntuale esecuzione dei contratti d’appalto e delle concessioni, anche per prevenire o comunque contenere il contenzioso in materia di esecuzione. L’Anac  potrebbe svolgere questo ruolo, che sarebbe di grande utilità.

Infine, non è più rinviabile nemmeno una riconsiderazione del ruolo svolto da quanti fanno parte delle commissioni di gara. Non vi è bisogno dell’ennesimo albo o registro, poiché il nostro paese ne ha già troppi. Piuttosto, serve una specifica formazione, volta ad assicurare l’adeguatezza sul piano qualitativo, non disgiunta da controlli a campione, per esempio sul rispetto dei criteri di rotazione, così da intercettare posizioni di rendita e improprie commistioni. Il Recovery Fund può fornire le risorse finanziarie, che prima mancavano per la formazione. È indispensabile che il governo e il parlamento utilizzino anche i propri poteri normativi. Si è perso fin troppo tempo negli ultimi anni.

Dispositivi medici ad alto rischio: un progetto H2020 per certificarli

Il Politecnico di Milano partner del consorzio che dà  il via al progetto Horizon 2020 Core-Md.

Più del 50% dei dispositivi impiantabili ad alto rischio in Europa sono utilizzati in ambito cardiologico ed ortopedico – come valvole cardiache e protesi d’anca – e il progetto Horizon 2020 Core-Md (Coordinating Research and Evidence for Medical Devices) si pone come obiettivo la valutazione delle metodologie usate per decidere la sussistenza di sufficiente evidenza clinica per approvare e certificare tali dispositivi medici. Core-Md proporrà come generare nuova evidenza clinica usando metodologie innovative, per esempio studi di registri clinici randomizzati, e come dovranno essere valutati algoritmi di intelligenza artificiale qualificati come dispositivi medici, oltre a valutazioni statistiche e all’uso dei risultati riferiti dai pazienti (patient-reported outcome). Le raccomandazioni che ne scaturiranno saranno sottoposte al Gruppo di Lavoro sulla Ricerca e Valutazione Clinica della Commissione Europea, così che possano essere considerate come base per sviluppare nuovi documenti a supporto della legislazione corrente.

Il Politecnico di Milano è parte del consorzio con il gruppo di ricerca di Enrico Caiani del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, che afferma: “Sono convinto che questo progetto fornirà conoscenza e metodologie utili per migliorare il livello di trasparenza, sicurezza e affidabilità dei nuovi dispositivi medici, incluso il software, ad alto rischio che entreranno in commercio nei prossimi anni, a beneficio di tutti noi cittadini e potenziali “futuri pazienti”.   

“Dispositivi medici di alto rischio – ha dichiarato Alan Fraser dell’Esc – Coordinatore Scientifico del progetto Core-Md, dovrebbero essere approvati sulla base di evidenza clinica e scientifica. È ruolo degli esperti quello di consigliare come chi fa le regole possa ottenere un bilanciamento appropriato tra innovazione, sicurezza, efficacia e rapporto costi-benefici. Ci attendiamo di farlo attraverso questa opportunità unica di collaborazione tra associazioni mediche, enti regolatori Europei, Istituti di salute pubblica nazionali, enti notificatori, istituzioni accademiche, una rappresentanza dei pazienti e agenzie di valutazione delle tecnologie sanitarie, con la partecipazione delle associazioni dei produttori di dispositivi medici”.

Il lancio del progetto, di durata triennale, avviene in prossimità dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento Europeo dei Dispositivi Medici (26 Maggio 2021), che incrementerà i requisiti necessari per dimostrare una evidenza clinica per dispositivi medici ad alto rischio.

Core-Md riunisce un consorzio di 22 partner europei capitanato dalla Società Europea di Cardiologia (Esc) in collaborazione con la Federazione Europea delle Associazioni Nazionali di Ortopedia e Traumatologia (Efort).

Partenariato pubblico-privato: risultanze emerse nel corso dell’attività di vigilanza svolta dall’Anac nel 2020

Nel corso del 2020, l’Autorità ha svolto un’analisi delle risultanze emerse nell’ambito dell’attività di vigilanza, svolta con riferimento ai contratti di partenariato pubblico-privato. (Delibera A.N.AC. 16/3/2021 n. 219)

L’esame riguarda un numero di 70 procedimenti avviati e/o conclusi nel corso del 2020, in seguito al ricevimento di esposti o d’ufficio, nel rispetto del Regolamento del 16.10.2018, che disciplina l’esercizio dei poteri di vigilanza dell’Autorità.

L’esame della casistica e della documentazione acquisita nel corso della predetta attività ha consentito di individuare i settori di intervento mediante forme di PPP, le tipologie contrattuali di maggiore diffusione, e, soprattutto, le criticità presenti con più frequenza nell’applicazione concreta degli istituti: nei paragrafi che seguono è contenuta una descrizione ragionata delle problematiche riscontrate nelle diverse fasi dell’affidamento e della gestione del contratto.

Si tratta di distorsioni che possono avere l’effetto di vanificare del tutto l’indubbia utilità di questa particolare tipologia di contratti pubblici, trasformandoli in operazioni tutt’altro che convenienti, non solo per l’amministrazione concedente, ma soprattutto per la collettività. Infatti, se mediante il modello in esame è possibile conseguire i diversi vantaggi correlati all’apporto operativo e/o economico di operatori privati, resta ferma l’estrema complessità dello strumento che si rivela già nell’attività di programmazione/progettazione, oltre che nella procedura di scelta del contraente e nel corso della esecuzione/gestione del contratto.

Con la  deliberazione, l’Autorità intende, così, continuare la propria azione di impulso all’utilizzo di un istituto certamente strategico per il settore pubblico e con indubbie ricadute positive anche sulla collettività, affiancando agli atti di indirizzo e di regolazione, adottati di recente o in corso di aggiornamento, uno strumento ulteriore, che fornisca una diversa prospettiva e contribuisca a porre l’attenzione delle amministrazioni sulle diverse difficoltà applicative, nelle quali potrebbero imbattersi.

Come si vedrà, alcune delle problematiche riscontrate potrebbero essere evitate, proprio tenendo nella dovuta considerazione le puntuali indicazioni contenute nello schema di “Contratto di concessione per la progettazione, costruzione e gestione di opere pubbliche a diretto utilizzo della Pubblica Amministrazione, da realizzare in partenariato pubblico privato”, emanato di recente dall’Autorità e dal Ministero dell’Economia delle Finanze, unitamente ad una relazione illustrativa. Si tratta di un nuovo strumento che si aggiunge agli indirizzi che erano stati forniti, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 181, comma 4, del d.lgs. n. 50/2016, riguardo all’allocazione dei rischi e all’elaborazione della relativa matrice, nelle Linee guida n. 9 recanti “Monitoraggio delle amministrazioni aggiudicatrici sull’attività dell’operatore economico nei contratti di partenariato pubblico privato”, approvate dal Consiglio dell’Autorità con Delibera n. 318 del 28 marzo 2018. Al riguardo, è stata peraltro avviata una consultazione, nell’ambito della valutazione di impatto della regolazione (VIR), finalizzata ad un aggiornamento delle predette linee guida.

L’ultima parte della delibera, infine, contiene altri suggerimenti per le stazioni appaltanti, elaborati sempre tenendo conto della casistica esaminata dall’Autorità.

Convenzioni Consip: caratteristiche essenziali delle prestazioni

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 116 del 17 maggio 2021 il Decreto Ministero dell’Economia e delle Finanze 14 aprile 2021 recante “Definizione delle caratteristiche essenziali delle prestazioni principali costituenti oggetto delle convenzioni stipulate da Consip S.p.a.”.
Ai fini dell’individuazione delle caratteristiche essenziali delle prestazioni principali che saranno oggetto delle convenzioni stipulate da Consip S.p.a. ai sensi dell’art. 26 della legge 23 dicembre 1999 n. 488, il Ministero dell’economia e delle finanze ha effettuato le necessarie analisi individuando gli aspetti maggiormente incidenti sul prezzo della prestazione nonche’ gli aspetti qualificanti ai fini del soddisfacimento della domanda pubblica.
Il Ministero dell’economia e delle finanze, conseguentemente all’attivazione delle convenzioni stipulate da Consip S.p.a. procederà alla pubblicazione nel proprio sito istituzionale e nel portale degli acquisti in rete, dei valori delle caratteristiche essenziali e i relativi prezzi, che costituiscono i parametri di prezzo-qualità (c.d. “benchmark”).

Procedura aperta e imposta di bollo – Agenzia delle Entrate – Risposta n.347 del 17.05.2021

L’imposta di bollo è disciplinata dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642, che all’articolo 1, stabilisce “Sono soggetti all’imposta di bollo gli atti, documenti e registri indicati nell’annessa tariffa”.

L’articolo 2, comma 1 prevede che “L’imposta di bollo è dovuta fin dall’origine per gli atti, i documenti e i registri indicati nella parte prima della tariffa, se formati nello Stato, ed in caso d’uso per quelli indicati nella parte seconda”. Il comma 2 al medesimo articolo specifica che “Si ha caso d’uso quando gli atti, i documenti e i registri sono presentati all’ufficio del registro per la registrazione”.

In merito agli atti indicati in tariffa, si osserva che l’articolo 3, comma 1, della tariffa, parte prima, allegata al d.P.R. n. 642 del 1972 prevede l’applicazione dell’imposta di bollo, fin dall’origine, nella misura di euro 16,00 per ogni foglio per le “…Istanze, (…) diretti agli uffici e agli organi, anche collegiali dell’Amministrazione dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni, (…), tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento amministrativo o il rilascio di certificati, estratti,copie e simili”.

Al riguardo, con rierimento al quesito posto al punto sub 1), si ritiene che nel caso in cui l’adesione alla procedura di gara cosiddetta “aperta”, necessita di una formale domanda di partecipazione, da parte dell’operatore economico invitato, la stessa deve essere assogettata all’imposa di bollo ai sensi dell’articolo 3 della tariffa, parte prima, allegata al citato DPR.

Dispositivi medici a base di sostanze, caos e mancanza di sicurezza nel nuovo regolamento europeo

La denuncia di Confindustria Dispositivi Medici: “Molti prodotti resteranno orfani di regolamentazione a scapito della sicurezza”

  “Il nuovo Regolamento europeo MDR potrebbe essere superato da una linea guida se questa, come sembra, prevederà la revisione della definizione di ‘farmacologico’, facendo uscire dal campo di applicazione del Regolamento molti dispositivi medici a base di sostanze come creme, sciroppi, colliri, spray nasali e orofaringei. Le conseguenze dell’applicazione di questa linea guida, potrebbero essere gravissime per il mercato in quanto molti dispositivi a base di sostanze potrebbero dover entrare nel perimetro dei farmaci, oppure uscire da qualunque regolamentazione. Il rischio è inoltre di avere sul mercato una grandissima quantità di dispositivi ‘orfani’, classificati né come farmaci né come dispositivi medici, senza quindi il livello di sicurezza e di controllo che è l’obiettivo del nuovo Regolamento”.

La denuncia arriva da Assosubamed, l’associazione delle imprese di dispositivi a base di sostanze di Confindustria Dispositivi Medici in relazione all’entrata in vigore, il 26 maggio, del nuovo regolamento europeo MDR (745/2017). Una delle linee guida, che la Commissione europea sta ultimando per dare completa attuazione al Regolamento, contiene la revisione della definizione di “farmacologico”, in favore di una nuova accezione del termine, che, se fosse approvata, stravolgerebbe l’impianto stesso del Regolamento per quanto riguarda i dispositivi medici a base di sostanze. Per questo motivo, la posizione di Confindustria dispositivi medici, che è la stessa delle autorità italiane, è di lasciare inalterata la definizione di meccanismo farmacologico, che invece marca in modo chiaro e scientificamente corretto la differenza fra dispositivi medici e farmaci.

“Proprio in un momento in cui si parla dell’importanza della produzione domestica di dispositivi per la salute – ha dichiarato Mario Federighi, Presidente Assosubamed di Confindustria Dispositivi Medici – andiamo incontro all’applicazione di una linea guida europea che rischia di avere come conseguenza l’espulsione dal mercato di molte piccole e medie aziende produttrici, che in questo ambito sono molto presenti nel nostro Paese. In Italia il comparto è formato da 457 aziende, di cui 400 nazionali, che occupano oltre 8mila dipendenti con un fatturato che pesa per il 10% sul fatturato complessivo del comparto dei dispositivi medici in Italia. Si tratta di imprese che per l’82,3% sono di produzione e rappresentano per l’Italia un’importantissima realtà sotto l’aspetto occupazionale e per investimenti in ricerca e sviluppo”.

Assosubamed e la federazione di cui fa parte, Confindustria Dispositivi Medici, hanno denunciato il rischio nelle opportune sedi istituzionali, lamentando inoltre lo scarso coinvolgimento dell’industria nel percorso di discussione e una mancata condivisione con gli stati membri da parte della Commissione europea. Un’azione, questa, in contrasto con il trattato dell’Unione europea che prevede l’ampio coinvolgimento delle parti interessate a garanzia della coerenza delle scelte.

L’anticipazione del prezzo è dovuta anche per i contratti sotto-soglia

L’Autorità Nazionale Anticorruzione, su segnalazione dell’ANCE, ha sancito, con la delibera n. 247 del 16 marzo 2021, l’obbligo di corrispondere l’anticipazione del prezzo ex art. 35, comma 18, del Codice anche nei contratti sotto-soglia.

L’ANAC, infatti, ha chiarito che il versamento dell’anticipazione del prezzo all’impresa appaltatrice rappresenta un obbligo di portata generale, che non può essere circoscritto ai soli appalti sopra-soglia.

In motivazione, l’Autorità ha in primis ricordato che l’art. 35, comma 18, del Codice stabilisce che la stazione appaltante deve corrispondere all’appaltatore un’anticipazione del prezzo pari al 20% dell’importo totale previsto nel contratto d’appalto, entro quindici giorni dall’effettivo avvio dell’esecuzione, a condizione che venga preventivamente rilasciata apposita garanzia bancaria o assicurativa.

In linea con i principi affermati nella delibera n. 1050 del 14.11.2018, ha poi ribadito la portata generale della disposizione sopra riportata, la quale risponde alla ratio di assicurare all’affidatario le risorse necessarie per la delicata fase di avvio dei lavori, garantendo così l’interesse pubblico alla corretta e tempestiva esecuzione del contratto.

“Non avrebbe senso – si legge nel testo del provvedimento – precludere tale facoltà di accesso all’anticipazione per gli affidamenti di importo inferiore alle soglie comunitarie che spesso vedono protagoniste imprese di dimensioni medio piccole e maggiormente tutelate dal legislatore”.

 L’articolo 35 deve, quindi, considerarsi una norma di carattere generale e non una norma specifica relativa ai contratti sopra soglia.

Ad ulteriore conferma di tale interpretazione, l’Autorità evidenzia altresì che l’art. 207 del D.L. n. 34 del 19.5.2020 (c.d. “Decreto Rilancio”), ha previsto la possibilità di incrementare l’anticipazione fino al 30% dell’importo del contratto, senza operare alcuna distinzione di importo.

In considerazione di quanto sopra detto., l’Autorità ha giudicato illegittimo il diniego di anticipazione del prezzo, operato dalla stazione appaltante, poiché in contrasto con il dispositivo di cui all’art. 35, comma 18 del Codice.

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