“Modificare il Codice Appalti è una perdita di tempo”

Stefano Esposito   Politico PD

Sono ormai settimane che la politica è impegnata in una discussione molto spesso surreale sul tema Codice Appalti basata su una singolare tesi sulle ragioni per le quali in Italia le opere pubbliche e private sarebbero bloccate. Con una logica abbastanza ipocrita si individuano nel Codice Appalti e alcune volte anche in Anac i principali responsabili di questa situazione.  Da più parti emerge la richiesta di cancellare o modificare profondamente le norme previste per gli appalti e tutto questo viene giustificato con la necessità, a mio avviso presunta, di far ripartire il paese.

Ovviamente nessuno è interessato a capire se e come il codice degli appalti abbia davvero creato problemi negli affidamenti e nella realizzazione delle opere pubbliche e negli appalti di servizio e forniture.  Basterebbe guardare i dati con attenzione per capire, senza ipocrisia, come in realtà dall’entrata in vigore del codice degli appalti nel lontano 2016 il numero delle gare bandite è costantemente cresciuto. I dati dell’Osservatorio CRESME – EDILIZIA e Territorio evidenziano, nel 2019, una brusca accelerazione con lavori e concessioni messi a gara con un incremento del 39,2% rispetto ai dati del 2018; ovviamente, come in tutti i dati italiani, c’è una differenza sostanziale tra nord, centro e sud. Il Nord in media segna un +50% e il Centro-Sud un +19%. Ma a mio avviso questa non è solo una questione di numeri è una questione di mentalità e cultura; in Italia si parla di trasparenza, di aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno, di eliminare la corruzione dal mondo delle gare pubbliche ma alla fine quando il legislatore attua norme per garantire tutto questo si inizia con la logica semplicistica del blocco delle opere.

Mi permetto quindi di sottoporre all’attenzione del governo e di tutti quelli che sono impegnati a cercare soluzioni per “accelerare” e il sistema degli appalti pubblici che nell’attuale codice il legislatore ha previsto in due specifici articoli il 63 e il 163 che regolano in modo chiaro e semplice le procedure da utilizzare in caso di emergenza; ma nonostante la presenza di questi due articoli che autorizzano le stazioni appaltanti a operare in deroga in caso di calamità naturali questa possibilità è utilizzata pochissimo e non voglio dilungarmi sulle ragioni di questa scelta.

Credo che nella fase in cui ci troviamo invece di cercare strade tortuose e, a mio avviso, poco produttive per modificare il codice degli appalti il governo e il parlamento potrebbero, con una norma di pochissime righe, definire che per il periodo di emergenza Covid-19 si utilizzerebbero, in via esclusiva, per le gare di appalti di lavori, servizi e forniture, gli articoli sopra citati dando totale autonomia alle stazioni appaltanti con l’unico vincolo, a valle degli appalti, di relazionare le ragioni delle scelte fatte.

Questo modo di operare accelererebbe certamente l’assegnazione delle gare mantenendo in essere per esempio per le opere più importanti le procedure come la valutazione di impatto ambientale o la normativa antimafia.

Non ci sarebbe quindi più alcun bisogno di perdere tempo, che ormai non abbiamo, alla ricerca di soluzioni che produrrebbero in ogni caso un indebolimento strutturale del codice.

Una scelta di questo tipo darebbe anche copertura alle stazioni appaltanti sia sul piano amministrativo sia su quello giuridico.

Capisco sia più semplice immaginare commissari e norme straordinarie ma la storia ci insegna che sono delle scorciatoie non solo improduttive ma anche molto spesso dannose.

Mi auguro si voglia aprire seriamente una vera discussione su questa proposta, come ha fatto l’amico Graziano Delrio che conosce benissimo lo spirito e la logica alla base del codice appalti, senza continuare in un dibattito che è per larga parte finto e che di fatto merita un ragionamento complesso piuttosto che affidarsi alla scorciatoia della semplificazione.  (Fonte: hufffpost)

 

Federfarma e la spesa farmaceutica: vizi antichi impongono interventi moderni

FEDERFARMA interviene sull’ultimo monitoraggio dell’AIFA relativo alla spesa farmaceutica 2019 per evidenziare con forza l’urgente necessità di strutturare nuovi modelli per rimediare a mali antichi.
I dati sono ancora una volta inequivocabili:
Mentre per lo scorso anno  la spesa farmaceutica per acquisti diretti ha fatto registrare uno scostamento assoluto di oltre 2,6 miliardi di  euro rispetto al limite imposto del 6,69% (con nessuna Regione capace di rispettare il tetto di spesa), la spesa farmaceutica convenzionata netta a carico del SSN si è attestata a 7,7 miliardi di euro, evidenziando un decremento di 16 milioni rispetto all’anno 2018.
Urge dunque un cambio di direzione, una prospettiva diversa che FEDERFARMA ha sempre proposto con forza e determinazione in tutte le sedi, consapevole del fatto che le critiche aprioristiche a poco servono se non accompagnate da proposte concrete e fattibili, da concordare necessariamente tra decisori istituzionali e stake-holder del settore.
Inutile continuare a perorare la bontà di un modello organizzativo, nei fatti fallimentare, che pone quale fulcro del sistema non il paziente ma la centralizzazione amministrativa della spesa quasi fosse la panacea di tutti i mali.
Inutile  aggrapparsi all’ormai antica “scusa” che gli sforamenti della spesa farmaceutica diretta siano dovuti all’introduzione dei farmaci innovativi, peraltro finanziati con appositi fondi.
Inutile continuare a mortificare la figura professionale del farmacista svuotando la farmacia dei medicinali e limitando sempre più la dispensazione per conto dei farmaci a vantaggio della distribuzione diretta. Questa, purtroppo, è la strada maestra per trasformare la farmacia in un drugstore sul modello statunitense. Vani saranno stati gli sforzi della Federazione per professionalizzare la figura del farmacista ma altrettanto vane saranno state le iniziative di parte pubblica per finanziare la moderna farmacia di comunità.
Ciò di cui vi è bisogno per strutturare un moderno modello di controllo della spesa è, viceversa, un efficace sistema di monitoraggio: solo l’acquisizione e l’apprezzamento puntuale di dati sarà in grado di rappresentare i punti di criticità dell’intero comparto consentendo di intervenire efficacemente.
Alcune proposte concrete:
– Ritornare alla prescrizione della maggior parte dei farmaci del PHT, non soggetti a particolari controlli clinici, da parte dei medici di medicina generale e alla loro dispensazione in farmacia: meccanismo, questo, che rappresenta lo strumento essenziale per garantire l’appropriatezza delle prescrizioni, dell’aderenza terapeutica e il contenimento dei costi del SSN, come dimostrato dai dati della spesa farmaceutica convenzionata;
– Le farmacie si rendono disponibili a trasmettere i dati della DPC – in cui dovranno convergere la maggior parte dei farmaci del PHT – anche attraverso le ricette elettroniche, con le stesse modalità oggi stabilite dall’articolo 50 delle Legge 326/2003: questo il meccanismo essenziale per garantire il monitoraggio della spesa e la puntuale verifica della prescrizione sanitaria e per assicurare l’appropriatezza delle prescrizioni;
– Fronteggiare il drastico calo della spesa farmaceutica convenzionata con un nuovo sistema di remunerazione basato sull’apprezzamento, anche economico, dell’atto professionale reso dal farmacista nell’attività di controllo dell’aderenza alla terapia, in linea con le recenti modifiche apportate al decreto legislativo 153/2009 in sede di legge di bilancio 2020;

Queste solo alcune delle iniziative da perorare fin da subito nell’ambito di un “nuovo processo” che assegna un ruolo centrale al farmacista e che privilegia in modo preponderante la professionalità sanitaria rispetto agli aspetti commerciali.
L’alternativa a tutto ciò, a fronte del drastico calo  della spesa convenzionata, sarà per un verso  la chiusura di molte farmacie, non più  in grado di mantenere il necessario equilibrio economico, e, per altra parte, lo sviluppo di un modello, favorito anche dalla norma sull’ingresso dei capitali, che vedrà la farmacia stessa non più come presidio del SSN sul territorio ma sempre più tarata sul prototipo statunitense del drugstore.

 

Analisi: davvero l’Italia spende poco per la sanità?

La spesa sanitaria pubblica di un paese dipende dal suo Pil. L’Italia non cresce, ma pur con meno risorse il nostro sistema sanitario nazionale ottiene comunque risultati migliori di altri. Un suo piano di rilancio richiede però scelte politiche precise.

La spesa sanitaria dipende dal Pil

In questi giorni di epidemia, politici, opinionisti e gente comune vanno ripetendo che in Italia si spende troppo poco per la sanità, che il sistema è sottofinanziato rispetto a Francia e Germania e che le attuali difficoltà derivano dai troppi tagli di spesa, di personale e posti-letto operati nell’ultimo decennio. Mezze verità, diventate ormai luoghi comuni, che nascondono una verità molto più semplice, ma amara: lo stato può spendere per la sanità, come per l’istruzione, la ricerca e tutto il resto, in proporzione alla “ricchezza” prodotta ogni anno dall’economia nazionale. Sono i vincoli macroeconomici, prima ancora che di bilancio pubblico, a determinare il finanziamento del Ssn. Nell’ultimo decennio (2010-2019) l’economia italiana, in termini reali, è cresciuta solo dello 0,6 per cento (-4,1 e +4,9 per cento nei due quinquenni) e dunque non si potevano pretendere maggiori finanziamenti. Ma è nelle difficoltà che si rivela anche la forza del nostro servizio sanitario.

Se un bulgaro – o un rumeno – affermasse che la sua sanità è sottofinanziata rispetto all’Italia (308 e 388 euro pro capite rispettivamente contro 1.864 euro), mostrerebbe di non comprendere che è l’arretratezza del suo paese la vera causa della minore spesa. E che dire di un rigorista italiano che, nei primi anni Duemila, avesse sostenuto la necessità di tagli alla spesa sanitaria, perché superava quella di Giappone e Regno Unito?

A quanto dovrebbe ammontare, dunque, la spesa sanitaria pubblica di un paese? Sono i 5.995 euro pro capite della Norvegia (il massimo mondiale), i 4.357 della Svezia, i 3.443 della Germania o i 2.993 della Francia? Non esiste una risposta univoca. A livello teorico la risposta è che lo stato dovrebbe spendere fino al punto in cui l’utilità marginale dell’ultimo euro speso in sanità eguagli quella dell’ultimo euro speso per istruzione, difesa, giustizia e così via. La regola, però, non è suscettibile di quantificazione pratica e non resta che affidarsi al confronto con i “vicini di casa”, i paesi simili al nostro per dimensione, sviluppo economico o comunità istituzionale: i paesi dell’Unione europea o dell’Ocse.

Il confronto con gli altri paesi

Il semplice confronto sui livelli di spesa pro capite non offre, tuttavia, nessuna indicazione politica: se nel grafico a barre si guarda a destra, ai paesi che spendono più dell’Italia, si sosterrà che il nostro paese è sottofinanziato e deve spendere di più; se si guarda a sinistra, si troveranno motivi per tagliare la spesa e i suoi sprechi. Per rispondere alla domanda, serve una correlazione tra il livello di spesa sanitaria e una o più variabili esplicative, prima fra tutte il Pil nazionale. Nella tabella 1 sono riportati i dati del confronto con i paesi dell’Unione europea e quelli degli Usa, per un quadro più generale.

Nel 2017 i 28 paesi dell’Ue avevano speso per la sanità, pubblica e privata, 1.511 miliardi di euro, per una popolazione di 513 milioni di abitanti, quando nello stesso anno gli Stati Uniti avevano speso ben 3.324 miliardi di dollari (2.943 miliardi di euro) per una popolazione di 325 milioni di abitanti (dati Eurostat e U.S. Department of Health). In termini pro capite, l’Ue aveva speso 2.947 euro e gli Stati Uniti tre volte tanto, 9.050 euro (10.224 dollari). In percentuale al Pil significa il 9,8 per cento in Europa contro il 17,1 per cento negli Usa. Nell’Ue la sanità pubblica incideva per l’85 per cento della spesa totale, mentre negli Usa per il 51 per cento, ma in valori pro capite la spesa sanitaria pubblica americana superava quella europea (4.600 contro 2.258 euro), collocandosi al secondo posto a livello mondiale – e questo per coprire solo il 34 per cento della popolazione (gli assistiti da Medicare, Medicaid, Chpi, Va).

L’Europa si conferma come la culla del welfare state e l’Italia, con il 74 per cento, si piazza sui valori più alti. Esiste tuttavia una forte variabilità nella spesa pro capite, che passa da un minimo di 303 euro in Bulgaria a un massimo di 4.357 in Svezia. I paesi del Nord Europa, più ricchi, presentano indici di prezzo dei beni e servizi sanitari più alti (Danimarca 1,39) di quelli dell’Est (Romania 0,48), per cui in termini di standard di potere d’acquisto, le differenze di spesa si attutiscono: ad esempio, i 388 euro di spesa della Romania acquistano un paniere di beni e servizi che vale 809 euro, rispetto alla media europea di 2.258 euro.

L’Italia, con un reddito di 28.690 euro e una spesa di 1.864 euro figura come l’ultimo dei paesi più sviluppati o il primo di quelli meno sviluppati e si colloca in coincidenza quasi perfetta con il punto sulla retta interpolante. In termini di politiche significa che l’Italia spende una cifra compatibile con il suo attuale livello di sviluppo economico. Potrà avere una spesa sanitaria come la Francia e la Germania se e quando il suo Pil arriverà a 35 o 40 mila euro.

Nove paesi sopra la retta interpolante – i più ricchi – sono, da un lato, i più generosi nell’erogare i benefici (per esempio, spese per long-term care, prodotti omeopatici) ma, dall’altro, soffrono di un probabile eccesso di spesa, dovuto a molte cause: maggiore presenza di privato profit, elevato numero di addetti e di posti-letto ospedalieri, prezzi più alti dei farmaci e delle prestazioni sanitarie e forse anche minore efficienza produttiva dei servizi sanitari.

Rimane però un’ultima domanda fondamentale: i paesi che spendono più dell’Italia hanno anche migliori performance o migliori outcome (esiti) di salute? Spendere di più non significa, di per sé, ottenere migliori risultati. L’Italia, infatti, dimostra migliori performance di molti paesi più ricchi, pur spendendo meno. È prima nell’Ue per mortalità prevenibile (151 decessi per 100 mila abitanti contro 215 della Germania, 184 della Francia, 211 del Regno Unito), in ottima posizione per mortalità evitabile nelle strutture sanitarie (93 decessi evitabili per 100 mila abitanti contro 116 della Germania e 117 del Regno Unito), per mortalità infantile (2,8 per 1000 nati vivi contro 3,4 in Germania, 3,7 in Francia, 3,8 nel Regno Unito e, in generale, per la speranza di vita (83,4 anni contro 82,7 per la Francia, 81,2 per il Regno Unito e 81 per la Germania). È prima nell’Ue per sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi in tutti i tipi di tumore (63 per cento contro il 57 per cento dell’Ue).

Certo, ci sono anche zone d’ombra in Italia, ci sono il Nord e il Sud, la burocrazia, le liste d’attesa, la corruzione, gli sprechi, ma ciò che emerge da questi rapidi confronti è che a segnare un distacco con le performance di altri paesi è la globalità del nostro Servizio sanitario nazionale (è forse l’unico a includere la veterinaria e uno dei pochi a fare prevenzione) e la qualità delle risorse umane – professionalità, know-how, dedizione, scuola medica – piuttosto che il loro numero. In altri termini, è la capacità di “rendimento” del sistema, il suo saper trasformare i (pochi) soldi dei finanziamenti in risultati di salute.

La strada per il rilancio

Tutto bene dunque? Dopo il risanamento finanziario dell’ultimo decennio (2008-2018), il Sistema sanitario nazionale avrebbe necessità di maggiori finanziamenti e di risorse umane per un rilancio. La strada maestra è la crescita del Pil. Ma è un sentiero stretto e impervio, perché vi sono altri due “vincoli” di bilancio, che molti paesi dell’Ue non hanno: la maggiore spesa per interessi sul debito pubblico (3,9 per cento del Pil contro 1,9 della Francia e 1 della Germania) e per pensioni (15,8 per cento del Pil contro 14,9 della Francia e 11,9 della Germania).

Se, per ipotesi, l’onere degli interessi fosse pari alla media europea, l’Italia potrebbe contare su 35 miliardi aggiuntivi per la sanità. Per incrementare i fondi al Ssn l’Italia ha di fronte a sé quattro possibili strade: i) rilanciare la crescita economica, ii) finanziare la spesa sanitaria in deficit o con l’aiuto del Meccanismo europeo di stabilità, (iii) diminuire lo spread e l’onere degli interessi sul debito pubblico, (iv) ridurre l’enorme evasione fiscale. Quale sceglierà il governo?

Vittorio Mapelli  (la Voce info)

L’identikit dei direttori generale: prevalentemente maschi, più della metà medici, di età compresa tra i 50 e 69 anni

Una ricerca effettuata da Panorama della Sanità indaga sulla remunerazione e sul profilo dei Direttori generali della sanità.

Prevalentemente maschi, più della metà medici, di età compresa tra 50 e 69 anni. È questo il profilo dei direttori generali di Asl e Ao tracciato da un’indagine effettuata da Panorama della Sanità sulla base delle informazioni rilevate nel mese di marzo 2020 dai dati ufficiali delle Regioni e/o estrapolati dai CV dei DG. La comparazione è stata fatta con un’analoga rilevazione ricavata dalla rivista Medici Manager (1/2008). Il dato saliente è quello di un certo “invecchiamento” della categoria: nel 2020 quelli di età compresa nella classe 50-59 unitamente alla classe 60-69 costituiscono il 91% del campione. Nel 2008 erano il 72%. Cresce anche il numero delle donne che raddoppiano percentualmente passando dal 9,1 del 2008 al 17,2% di oggi, pur rimanendo largamente minoritarie nel complesso. Sono prevalentemente medici: il 54% del totale, in aumento rispetto al 2008 (46,3%). Tra questi cresce ancor di più la rilevanza di quelli specializzati in Igiene e medicina preventiva che sono il 65% sul campione dei medici e il 34% sul totale dei DG. La nota “dolente” è la remunerazione. Non disponendo dei dati del 2008, il compenso massimo rilevato, caso per caso, varia da 135.354 € della Basilicata a 218.723 € della Provincia autonoma di Bolzano. Confrontandolo con i dati de ”Il Management strategico delle Aziende sanitarie: primo rapporto sul trattamento economico in alcune Regioni italiane” (Federsanità 2011) individuava in 154.937 € il tetto massimo del trattamento economico aumentabile del 20% per il risultato, non sembra che tale valore sia aumentato nel tempo.

Smaltimento rifiuti, siglato un accordo tra Assoram e Assinde

L’accordo riservato ai distributori Assoram include i servizi di raccolta, certificazione e avvio a smaltimento di un’ampia gamma di prodotti farmaceutici a uso umano e veterinario e di dispositivi medici

Nell’ambito del servizio integrato per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, Assinde e Assoram hanno siglato un nuovo accordo. “Sono felice di annunciare questo accordo, con il quale rispondiamo alle esigenze di operatori sensibili alla salvaguardia dell’ambiente, proponendo servizi di ritiro, trasporto e smaltimento che garantiscono attenzione, sicurezza e rispetto della normativa ambientale” dichiara il Presidente di Assinde Luciano Grottola. “Un obiettivo condiviso che rafforza la collaborazione tra gli attori della filiera del farmaco”. Anche Pierlouigi Petrone, numero uno di Assoram è soddisfatto dell’intesa: “La nostra priorità è e resta, in virtù anche dell’emergenza che stiamo vivendo, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiera. Siamo davvero fieri dell’accordo stipulato con Assinde: i distributori associati potranno godere di un servizio di smaltimento legale, semplice e sicuro”.

L’intesa

L’accordo riservato ai distributori Assoram include i servizi di raccolta, certificazione e avvio a smaltimento di un’ampia gamma di prodotti farmaceutici a uso umano e veterinario e di dispositivi medici. Assinde, inoltre, mette a disposizione degli associati il servizio di smaltimento dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), con l’obiettivo di facilitare il rispetto delle prescrizioni emanate durante l’emergenza sanitaria (circolare del Ministero della salute n. 5443 del 22 febbraio 2020 e al D.P.R. 254/2003).

(fonte: Aboutpharma)

Piano di azione per gli appalti verdi (PAR GPP) in Lombardia

Gli acquisti green rappresentano uno strumento fondamentale con cui la Pubblica Amministrazione può valorizzare e dare attuazione allo Sviluppo Sostenibile sul proprio territorio. Con una spesa di oltre 2 mila miliardi di euro all’anno su beni, forniture, servizi e opere – che rappresenta il 16% del PIL europeo – le autorità pubbliche possono utilizzare il loro potere d’acquisto per scegliere beni e servizi ecologici, dall’impatto ambientale ridotto per tutto il ciclo di vita.

Il Piano d’Azione regionale per gli Appalti verdi (PAR GPP) – formalizzato dalla Giunta regionale il 26 maggio 2020 – delinea il contesto politico e strategico all’interno del quale la Lombardia inquadra il proprio operato in tema di Green Public Procurement, a completamento degli obblighi di legge sugli appalti pubblici attualmente in vigore.

I contenuti

Oltre a ripercorre le tappe percorse dall’UE sul tema degli Appalti verdi, il documento ricorda come si parli oggi di “appalti pubblici circolari” ovvero improntati ai principi dell’economia circolare, qual è il contesto normativo a livello nazionale, le caratteristiche del contesto lombardo, l’arco temporale d’azione, i sei obiettivi operativi e le quattro linee d’azione in cui si suddivide il Piano regionale.

La partecipazione

Il Piano è stato predisposto grazie al proficuo confronto con i partner europei all’avanguardia nel campo del Green public Procurement all’interno del progetto Interreg GPP4GROWTH e realizzato con il prezioso contributo degli stakeholder lombardi nell’ambito del Tavolo del Patto per lo sviluppo.

Il Piano d’Azione GPP – inquadrato nel Protocollo lombardo per lo Sviluppo Sostenibile – rappresenta inoltre uno strumento attuativo importante nel dare concretezza agli obiettivi di sostenibilità, che saranno consolidati nella Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile, in corso di definizione.

Il sistema regionale allargato e le stazioni appaltanti del territorio lombardo saranno coinvolti in iniziative di sensibilizzazione e accompagnamento pratico volte alla riduzione degli impatti ambientali della macchina amministrativa, che coinvolgeranno anche i singoli dipendenti, in modo da garantire un rilevante effetto moltiplicatore.

Covid-19: via libera a congressi e a meetings aziendali dal 15 giugno. Con juicio e mascherina

Le linee guida delle regioni

La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 9 giugno presieduta da Stefano Bonaccini, ha aggiornato e integrato le “Linee guida per la riapertura delle Attività Economiche, Produttive e Ricreative“. 

“Si allarga quindi lo spettro delle linee guida per la riapertura elaborate e approvate dalla Conferenza delle Regioni, comprendendo anche il settore delle attività ricreative”, ha annunciato  il Presidente Stefano Bonaccini. “L’obiettivo è quello di dare un contributo per rimettere velocemente in moto il Paese, in condizioni di sicurezza, nella fase post-emergenza Covid-19”,  “Un passo in più – ha sottolineato il Presdente della Confereza delle Regioni nella nota stampa diffusa ieri – verso la gestione di questa nuova fase, durante la quale dobbiamo guardare al futuro con ottimismo e dinamismo, senza mai abbassare la guardia rispetto all’ osservanza delle regole indispensabili per la prevenzione.

Congressi: mascherina per gli uditori

CONGRESSI E GRANDI EVENTI FIERISTICI

Le presenti indicazioni si applicano a: convegni, congressi, grandi eventi fieristici, convention aziendali ed eventi ad essi assimilabili.

Tali indicazioni vanno integrate, in funzione dello specifico contesto, con quelle relative alla ristorazione (con particolare riferimento alle modalità di somministrazione a buffet).
Le indicazioni prevedono che il numero massimo dei partecipanti all’evento dovrà essere valutato dagli organizzatori in base alla capienza degli spazi individuati, per poter ridurre l’affollamento e assicurare il distanziamento interpersonale.
Dovranno poi essere riorganizzati gli spazi, per garantire l’accesso in modo ordinato, al fine di evitare assembramenti di persone e di assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli utenti. Se possibile organizzare percorsi separati per l’entrata e per l’uscita.
Gli organizzatori dovranno predisporre una adeguata informazione sulle misure di prevenzione, comprensibile anche per i clienti di altra nazionalità, sia mediante l’ausilio di apposita segnaletica e cartellonistica e/o sistemi audio-video, sia ricorrendo a eventuale personale addetto, incaricato di monitorare e promuovere il rispetto delle misure di prevenzione facendo anche riferimento al senso di responsabilità del visitatore stesso.
Come per altre attività occorrerà promuovere l’utilizzo di tecnologie digitali al fine di automatizzare i processi organizzativi e partecipativi (es. sistema di prenotazione, pagamento tickets, compilazione di modulistica, stampa di sistemi di riconoscimento, sistema di registrazione degli ingressi, effettuazione di test valutativi e di gradimento, consegna attestati di partecipazione) al fine di evitare prevedibili assembramenti, e nel rispetto della privacy mantenere un registro delle presenze per una durata di 14 giorni. La postazione dedicata alla segreteria e accoglienza, laddove non già dotata di barriere fisiche (es. schermi), dovrà essere eventualmente adeguata. Consentire l’accesso solo agli utenti correttamente registrati. Potrà poi essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura superiore a 37,5 °C.
Nei guardaroba, gli indumenti e oggetti personali devono essere riposti in appositi sacchetti porta abiti.
È necessario poi rendere disponibili prodotti per l’igiene delle mani per gli utenti e per il personale in più punti delle aree (es. biglietteria, sale, aule, servizi igienici, etc.), e promuoverne l’utilizzo frequente.
Nelle sale convegno, si dovrà garantire l’occupazione dei posti a sedere in modo da favorire il distanziamento minimo di almeno 1 metro; tale distanza può essere ridotta solo ricorrendo a barriere fisiche adeguate a prevenire il contagio tramite droplet. Il tavolo dei relatori e il podio per le presentazioni dovranno essere riorganizzati in modo da consentire una distanza di sicurezza che consenta a relatori/moderatori di intervenire senza l’uso della mascherina.
I dispositivi e le attrezzature a disposizione di relatori, moderatori e uditori (es. microfoni, tastiere, mouse, puntatori laser, etc) dovranno essere disinfettati prima dell’utilizzo iniziale verificando che siano disconnessi dal collegamento elettrico. Successivamente devono essere protetti da possibili contaminazioni da una pellicola per uso alimentare o clinico da sostituire possibilmente ad ogni utilizzatore.
Tutti gli uditori e il personale addetto all’assistenza (es. personale dedicato all’accettazione, personale tecnico, tutor d’aula), considerata la condivisione prolungata del medesimo ambiente, dovranno indossare la mascherina a protezione delle vie respiratorie per tutta la durata delle attività e procedere ad una frequente igiene delle mani con soluzioni igienizzanti.

ANAC – La discrezionalità tecnica è sindacabile solo per manifesta illogicità, irragionevolezza, arbitrarietà

Deliberazione A.N.AC. 29/4/2020 n. 392

OGGETTO: Istanza singola di parere di precontenzioso ex art. 211, comma 1, del d.lgs.50/2016 presentata da Ortho-Clinical Diagnostics S.r.l. – Procedura aperta per la fornitura quinquennale con eventuale periodo di rinnovo di due anni, di sistemi, in service, per l’u.o. Medicina Trasfusionale dell’Azienda da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa – lotto 1 “sistema di tipizzazione immunoematologica per donatori in totale automazione, che utilizzi la tecnologia di agglutinazione su colonna” – Importo a base di gara: euro 9.240.070,00 – Criterio di aggiudicazione: offerta economicamente più vantaggiosa – S.A.: Azienda di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione Ospedali Civico di Cristina Benfratelli

PREC 63/20/F/PB
VISTA l’istanza, acquisita al protocollo n. 23686 del 24 marzo 2020, con la quale l’operatore economico Ortho-Clinical Diagnostics S.r.l., affidatario uscente della fornitura, ha contestato la definizione dei criteri per l’attribuzione del punteggio tecnico, ritenendoli elaborati nell’interesse dell’unico operatore economico presente sul mercato in grado di concorrere alla procedura di gara senza essere eccessivamente penalizzato in termini di punteggio tecnico, in manifesta violazione della par condicio e dello stesso interesse pubblico all’individuazione dell’offerta più conveniente;
VISTE, in particolare, le censure rivolte ai criteri:

n. 4 – Capacità massima di campioni caricabili a bordo strumento  con attribuzione di 5 punti in caso di caricamento di un numero di campioni pari o maggiore a 90 – che premierebbe soluzioni che non riflettono le necessità reali del Centro, che, considerando i fabbisogni richiesti, consistono in 166 campioni eseguiti al massimo ogni giorno, mentre l’offerta di 90 posizioni, per ciascuna delle tre apparecchiature oggetto della fornitura, porterebbe a un totale di 270 provette;
n. 8  – Assenza consumabili in plastica monouso per la diluizione di campioni/reagenti – che premierebbe  la sola azienda sul mercato che non utilizza dispositivi monouso a discapito della totale assenza di carry-over, mentre due aziende su tre utilizzano consumabili monouso in plastica e dichiarano la completa eliminazione del carry-over;
n. 10 (…..)   n. 12 – (…..)     n. 13  – (………)    n. 17 – (…..)

VISTO l’avvio del procedimento comunicato con nota prot. n. 23686 del 24 marzo 2020, recante la precisazione che il termine di cinque giorni per la produzione di memorie e documenti, sospeso fino al 15 aprile 2020 ai sensi dell’art. 103, comma 1, d.l. n. 18 del 17 marzo 2020, decorre dal 16 aprile 2020;
VISTA la memoria acquisita al prot. n. 26050 del 3 aprile 2020, con la quale la stazione appaltante ha replicato alle censure dell’operatore economico evidenziando, come già rappresentato nel corso della gara in risposta alle osservazioni del medesimo operatore, che i requisiti minimi della fornitura consentono la partecipazione di tutte le imprese presenti sul mercato nel settore della medicina trasfusionale, peraltro costituito da una platea ridotta di operatori, che i criteri scelti al fine dell’attribuzione del punteggio (con una soglia minima di 35 punti sui 70 attribuibili all’offerta tecnica) sono il frutto del legittimo esercizio della discrezionalità tecnica dell’amministrazione, traggono origine dall’esperienza e della conoscenza del mercato medesimo, consistono in migliorie dei requisiti minimi e non hanno ostacolato la partecipazione, tanto che risultano pervenute cinque offerte (per i tre lotti); inoltre, riguardo le singole censure, ha precisato, con riferimento al:
criterio n. 4, (…..)    criterio n. 8, (…..)      criterio n. 10, (…..)     criterio n. 12, (…..)    il criterio n. 13, (…)

il criterio n. 17, (…..)

VISTA la memoria acquisita al prot. n. 27233 dell’8 aprile 2020, nella quale l’operatore economico istante ha ribadito che, sulla base di informazioni di mercato in suo possesso, la griglia dei punteggi tecnici vanificherebbe la partecipazione di tre operatori economici a vantaggio di ununica ditta concorrente e ha replicato alla stazione appaltante, con riferimento al:
criterio n. 4, (…..)    criterio n. 8, (…..)     criterio n. 12, (…..)     criterio n. 13, (….)

VISTO l’art. 95, comma 6, del d.lgs.  50/2016, a mente del quale “I documenti di gara stabiliscono i criteri di  aggiudicazione dell’offerta, pertinenti alla natura, all’oggetto e alle  caratteristiche del contratto. In particolare, l’offerta economicamente più  vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo, è  valutata sulla base di criteri oggettivi, quali gli aspetti qualitativi,  ambientali o sociali, connessi all’oggetto dell’appalto” e l’elenco, meramente  esemplificativo, dei criteri di selezione delle offerte ivi contenuto;
VISTE le Linee Guida n. 2 approvate dal  Consiglio dell’Autorità con delibera n. 1005 del 21 settembre 2016 e con delibera  del Consiglio n. 424 del 2 maggio 2018 che – nel precisare che quanto  prescritto dal citato articolo 95 comma 6 del Codice in merito alla pertinenza  dei criteri di selezione all’oggetto dell’appalto è espressione dei principi di  trasparenza, non discriminazione e parità di trattamento – individua come connessi all’oggetto dell’appalto quei criteri che “riguardano lavori,  forniture o servizi da fornire nell’ambito dell’affidamento sotto qualsiasi  aspetto e in qualsiasi fase del ciclo di vita (compresi fattori coinvolti nel  processo specifico di produzione, fornitura o scambio o in un processo  specifico per una fase successiva del ciclo di vita, anche se non sono parte  del loro contenuto sostanziale) ovvero attengono alle caratteristiche dei  lavori, dei beni o dei servizi ritenute più rilevanti dalla stazione appaltante  ai fini della soddisfazione delle proprie esigenze e della valorizzazione degli  ulteriori profili indicati dal Codice”;
VISTO che, nelle citate Linee Guida, l’Autorità ha altresì sottolineato come “In generale, le stazioni appaltanti  devono individuare criteri di valutazione concretamente idonei a evidenziare le  caratteristiche migliorative delle offerte presentate dai concorrenti e a differenziare le stesse in ragione della rispondenza alle esigenze della stazione appaltante. I citati criteri devono, pertanto, consentire un effettivo confronto concorrenziale sui profili tecnici dell’offerta, scongiurando situazioni di appiattimento delle stesse sui medesimi valori, vanificando l’applicazione del criterio del miglior rapporto qualità/prezzo”; e, inoltre, che “Tali criteri devono essere almeno non discriminatori (ad es. non possono essere introdotte specifiche tecniche che favoriscono un determinato operatore), conosciuti da tutti i concorrenti e basati su elementi accessibili alle imprese”;
CONSIDERATO che la definizione dei criteri di valutazione delle offerte tecniche è espressione della cd. discrezionalità  tecnica, sindacabile solo se le valutazioni compiute appaiano manifestamente illogiche, irrazionali, irragionevoli, arbitrarie ovvero fondate su di un altrettanto palese e manifesto travisamento dei fatti (sul sindacato della discrezionalità tecnica  cfr., ex multis, parere di precontenzioso n. 687 del 18 luglio 2018;  parere di precontenzioso n. 193 del 1° marzo 2018; parere di precontenzioso n.  797 del 19 luglio 2017; parere di precontenzioso n. 210 del 1° marzo 2017;  parere di precontenzioso n. 528 del 4 maggio 2016; parere di  precontenzioso n. 198 del 25 novembre 2015; parere di precontenzioso n. 37 del 1  aprile 2015; parere di precontenzioso n. 31 del 2 settembre 2014; Consiglio di Stato, sez. V, 26 marzo 2020 n. 2094; Consiglio di Stato, Sez. V, 30 aprile 2018, n. 2602; Consiglio di Stato, Sez. III, 2 maggio 2016, n. 1661; Consiglio di Stato, Sez. V, 23 febbraio 2015, n. 882; Tar  Venezia, sez.  I, 7 giugno 2018, n. 613);
CONSIDERATO che non sono del pari sindacabili, se non entro i suindicati limiti, gli interessi sottesi alla scelta (altamente discrezionale) della stazione appaltante di attribuire preponderanza a determinate componenti dell’offerta (Consiglio di Stato, Sez. V, 8 aprile 2014, n. 1668) e gli obiettivi dalla stessa prefissati per il miglior perseguimento dell’interesse pubblico;
VISTA, nel caso in esame, la griglia per l’attribuzione del punteggio all’offerta tecnica (max 70 punti con soglia minima di 35), per il Lotto 1, a pag. 23 del Capitolato speciale, suddivisa in 17 criteri di valutazione, alcuni dei quali con modalità di attribuzione del punteggio di tipo on/off (attribuzione del punteggio solo nel caso di ricorrenza dell’elemento ritenuto rilevante dalla stazione appaltante), e altri con attribuzione di punteggi crescenti, da un minimo a un massimo, in ragione del requisito offerto;
VISTI i criteri n. 4, n. 8, n. 10, n. 12, n. 13, n. 17 censurati dall’istante;
CONSIDERATO che, alla luce di quanto rappresentato dalla stazione appaltante, essi appaiono dettati dall’esigenza di fare fronte a picchi giornalieri di campioni e ad eventuali fermi tecnici delle apparecchiature (criterio n. 4); dall’interesse per la riduzione dell’inquinamento ambientale e della gestione di rifiuti solidi potenzialmente infetti (criterio n. 8); (…..)

RITENUTO che, in considerazione di quanto illustrato dalla stazione appaltante, la definizione dei richiamati criteri non appare affetta da manifesta illogicità, irragionevolezza o arbitrarietà, essendo ciascuno finalizzato ad evidenziare caratteristiche migliorative delle offerte idonee a soddisfare esigenze e necessità ritenute dall’Amministrazione connesse al miglior perseguimento dell’interesse pubblico;
CONSIDERATO altresì che non sono stati offerti alla valutazione dell’Autorità atti e/o documenti dotati di un minimo di attendibilità e valenza dimostrativa circa la supposta idoneità di alcuni di tali criteri a incidere sulla possibilità, per taluni operatori economici, di formulare un’offerta competitiva, in violazione del principio di parità di trattamento e concorrenza;
CONSIDERATO che la predetta istanza può essere decisa secondo la procedura semplificata di cui all’art. 11, comma 5, del nuovo ‘Regolamento in materia di pareri precontenzioso di cui all’art. 211 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50’, pubblicato in G.U. n. 22 del 26 gennaio 2019;
Alla luce delle considerazioni sopra esposte,

Il Consiglio

ritiene, nei limiti delle motivazioni che precedono, i criteri di valutazione dell’offerta tecnica censurati dall’istante non affetti da manifesta illogicità, irragionevolezza o arbitrarietà.

Il Presidente f.f.
Francesco Merloni
Depositato presso la segreteria del Consiglio in data 5 maggio 2020
Il Segretario Rosetta Greco

Covid-19: ordinanza per mascherine a prezzo imposto

ORDINANZA N. 11/2020

IL COMMISSARIO STRAORDINARIO

PER L’ATTUAZIONE E IL COORDINAMENTO DELLE MISURE DI CONTENIMENTO E CONTRASTO DELL’EMERGENZA EPIDEMIOLOGICA COVID-19

VISTA la delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020, con la quale è stato dichiarato, per sei mesi, lo stato di emergenza sul territorio nazionale relativo al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da COVID-19;

VISTO il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 70 del 17 marzo 2020, recante “Misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”;

VISTO l’articolo 122 del predetto decreto-legge che prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è nominato un Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, e che ne definisce funzioni e poteri, anche in deroga alle disposizioni vigenti;

VISTO il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 18 marzo 2020 n.0006119P4.8.1.4.1., con il quale, all’art. 1, il Dott. Domenico Arcuri è stato nominato Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19, ed a cui sono stati conferiti i poteri di cui al richiamato art. 122;

CONSIDERATO che lo stesso articolo 122 statuisce che rientra tra i compiti del Commissario Straordinario attuare e sovrintendere a ogni intervento utile a fronteggiare l’emergenza sanitaria, organizzando, acquisendo e sostenendo la produzione di ogni genere di bene strumentale utile a contenere e contrastare l’emergenza stessa, o comunque necessario in relazione alle misure adottate per contrastarla, nonché programmando e organizzando ogni attività connessa;

CONSIDERATA la necessità di assicurare la massima diffusione dei dispositivi di protezione individuale, anche in ragione del prevedibile aumento della domanda di mascherine “chirurgiche” in esito al prossimo avvio della così detta “fase 2”;

CONSIDERATO che tale aumento della domanda potrebbe comportare, per le mascherine “chirurgiche”, ritenute “beni strumentali utili a fronteggiare l’emergenza” e, quindi, beni di primaria necessità, una lievitazione ingiustificabile dei prezzi al consumo, tale da pregiudicare il più ampio accesso a tale tipologia di dispositivi e, conseguentemente, la piena efficacia delle misure di contrasto programmate;

CONSIDERATO che si ritiene necessario intervenire, per calmierare tale eventuale ingiustificabile lievitazione dei prezzi al consumo di detti prodotti, definendo un prezzo massimo raccomandato di vendita al consumo;

CONSIDERATO che il documento UNI EN 14683 dell’ottobre 2019 e la tabella ivi compendiata definisce i requisiti di prestazione per le maschere facciali ad uso medico:

Tipo I:

Efficienza di filtrazione batterica (BFE), (%) ≥ 95

Pressione differenziale (Pa/cm²): < 40

Pulizia microbica: (ufc/g) ≤ 30

Fiasi – Covid-19 – “No a colpi di spugna, ma per le responsabilità si valuti l’emergenza”

«Siamo in lutto per quanti tra medici e infermieri hanno perso la vita, sacrificandosi per la collettività. Sono uomini e donne del Ssn che onoriamo, e concordiamo con chi propone la creazione di un fondo apposito per il loro indennizzo. Ma il dovere di riconoscimento a quanti hanno perso la vita compiendo fino in fondo il proprio dovere non può essere messo in contrapposizione con l’esigenza di riconoscere il rischio che si sono assunti il management e la filiera gestionale nell’adempimento del proprio dovere». Francesco Ripa di Meana guida la Fiaso, la federazione che riunisce i manager che guidano ospedali e Asl finiti nel mirino perché in un emendamento al decreto Cura Italia, poi ritirato dalla maggioranza, erano stati associati a medici e infermieri nello scudo penale e civile a cui si era pensato per difendere dalle cause tutti gli operatori Ssn, Un accostamento che però non è piaciuto a molti, soprattutto ai medici, che hanno parlato di un indiscriminato colpo di spugna. Ora il governo si è impegnato ad aprire un tavolo con tutti per una soluzione.

Perché questa contrapposizione?

Non comprendiamo per quale ragione si tenti di separare l’operato dei sanitari da quello di chi è impegnato nella filiera gestionale. Questa contrapposizione è ingannevole e pericolosa, perché non siamo su parti contrapposte della barricata, ma siamo tutti dalla stessa parte.

Qualcuno parla di colpo di spugna anche in vostro favore. A Milano ci sono già inchieste per le Rsa.

Non vogliamo nessun colpo di spugna. Se ci sono responsabilità per colpa grave o dolo è giusto che si vada in fondo. Noi chiediamo che si valutino le responsabilità con gli occhiali dell’emergenza. Noi stiamo assumendoci responsabilità ogni giorno, 24 ore su 24, in una situazione di stato di necessità e forza maggiore, assicurando soluzioni in base alle condizioni di urgenza e precarietà attuali.

Ma non ci sono stati errori e ritardi a esempio nel fornire le dpi?

Chiunque abbia esercitato responsabilità in questa emergenza ha assunto decisioni con un obiettivo: fare bene e in fretta, con i mezzi – non sempre e non tutti – a disposizione, consapevole che il tempo non è una variabile indipendente. Anche per i dispositivi di sicurezza come le mascherine nella gran parte dei casi sono state fornite le tutele massime possibili in quel momento in base alle disponibilità.

Che succederà se non si amplierà lo scudo anche ai manager?

Le aziende sanitarie dovranno rispondere alle innumerevoli denunce che già oggi si palesano e che metteranno in ginocchio l’intero sistema sanitario e la sua sostenibilità sin dai prossimi mesi.

(fonte: IlSole24Ore)

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