Legittimazione dell’attività interpretativa in capo alla Stazione Appaltante al fine di superare le ambiguità nella formulazione dell’offerta economica

a cura dell’avvocato Anna Cristina Salzano

Con sentenza n. 25 del 3 Maggio 2022 la Sezione I del T.A.R. Valle d’Aosta si è espressa in merito all’ammissibilità dell’attività interpretativa della volontà di un’impresa partecipante ad una gara pubblica qualora si sia in presenza di errori materiali riferiti all’offerta economica presentata.

Il ricorso all’esame del Collegio aveva ad oggetto l’impugnazione di un’aggiudicazione in cui si lamentava l’illegittimità di quest’ultima alla luce della presunta integrazione dell’offerta economica ad opera della Stazione Appaltante, la quale avrebbe esorbitato anche dalle carenze legittimamente sanabili con soccorso istruttorio.

L’Autorità giurisdizionale prendeva posizione effettuando una previa analisi comparativa con il diverso rimedio del soccorso istruttorio, così come disciplinato ex art. 83 comma 9 D. Lgs 50/2016. Esaminando la ratio dell’istituto amministrativo, evidenziava come costituisse suo elemento fondante la par conditio competitorum. Nella vigenza del fondante principio della immodificabilità dell’offerta, posto a tutela, da un lato, dell’imparzialità e della trasparenza dell’agere amministrativo, dall’altro, del principio della concorrenza e della parità di trattamento tra gli operatori economici che prendono parte alla procedura concorsuale, il Collegio esordiva analizzando i confini della potestà integratrice ammissibile in punto di ricostruzione della volontà dell’impresa partecipante alla gara.

Invero, muovendo da tali assunti, appariva come non tutte le tipologie di errori in un’offerta economica presentata fossero da censurarsi come causa irrimediabile di esclusione del concorrente dalla gara pubblica per inadeguatezza dell’offerta, essendo possibile discernere ipotesi di carenze nella formulazione di quest’ultima caratterizzate da una mera ambiguità da ipotesi costituenti irregolarità essenziali e, pertanto, non sanabili neppure in via interpretativa.

Si ritiene, infatti, che la disciplina in analisi consenta di sanare d’ufficio determinate ipotesi di carenza di elementi formali dell’offerta presentata laddove l’attività interpretativo-integratrice della Stazione Appaltante “si limiti a correggere un mero errore materiale, a fronte di una volontà correttamente espressa dalla partecipante in relazione all’offerta economica”. In sostanza, al fine di superare eventuali ambiguità nella formulazione dell’offerta, l’attività integrativa dell’amministrazione incontra il limite dell’emendabilità solamente qualora si sia in presenza di una divergenza tra volontà e dichiarazione determinata da un errore che non comprende tra le sue cause determinanti un difetto nella fase della formazione della volontà bensì quello intervenuto nella successiva fase di estrinsecazione formale di quest’ultima.

Alla luce di tale presupposto, si evidenziava in primo luogo come la portata della correzione richiedesse che l’attività interpretativa della volontà viziata dell’impresa partecipante “giunga ad esiti certi circa la portata dell’impegno negoziale con essi assunti”. Si riteneva, pertanto, che la correzione sia possibile solamente qualora non siano presenti altri scenari possibili di interpretazione, dovendosi quindi escludere l’emendabilità integrativa dell’offerta economica in presenza di una ragionevole certezza circa l’esistenza di più di una interpretazione. In caso contrario, infatti, qualunque attività correttiva della volontà incontrerebbe il dubbio circa l’univocità delle intenzioni manifestate e, conseguentemente, si configurerebbe non più una mera attività interpretativa bensì integratrice e, come tale, non ammissibile, incontrandosi il divieto consacrato nel principio della par conditio competitorum. Logico corollario dell’affermata necessità che l’individuazione dell’offerta debba avvenire senza margini di opinabilità della volontà dell’offerente consta nell’esclusione dell’ammissibilità di qualsivoglia attività interpretativa qualora siano presenti numerosi elementi di ambiguità, rappresentandosi in quest’ultima ipotesi un’obiettiva incertezza in ordine all’effettiva volontà manifestata nell’offerta presentata.

La disamina del Collegio poneva successivamente l’attenzione sulla qualificazione delle offerte economiche come atto negoziale, attribuendo pertanto a quest’ultime il noto principio di conservazione degli atti giuridici, da leggersi congiuntamente a quello del favor partecipationis, di cui è espressione prima. Il giusto rimedio appare quindi identificarsi nel fulcro realizzatosi a seguito di un’operazione di bilanciamento tra garanzia di imparzialità ed eguaglianza di trattamento nei confronti degli operatori partecipanti, cardine della par conditio competitorum, e la necessità di mantenere valide quelle offerte caratterizzate dalla presenza di meri errori materiali, gli unici assoggettabili ad un’attività di reinterpretazione. Invero, anche per una garanzia di ottimizzazione delle risorse economiche impiegate ad attivazione delle procedure di gara, un eccessivo rigorismo formale condurrebbe all’esclusione indiscriminata di tutti quegli operatori economici inavvertitamente incorsi in sviste o carenze formali sanabili senza pregiudizio alcuno, nel pieno rispetto della parità di trattamento.

Il contemperamento tra i principi sopra richiamati incontra pur tuttavia – proseguendo con l’operazione ermeneutica del Collegio – il limite derivante dall’intangibilità sostanziale dell’offerta successivamente alla sua presentazione: necessario, infatti, che l’attività della stazione appaltante non si sostanzi in operazioni manipolative e di adattamento dell’offerta, risultando altrimenti violata non solamente la par conditio anzidetta ma anche l’affidamento nelle regole di gara e le esigenze di trasparenza e certezza. Quanto evidenziato porta ad affermare che l’attività di ricostruzione della volontà contrattuale si debba dire limitata in punto di elementi dal quale desumere l’effettiva intenzione manifestata, ancorchè viziata: il requisito dettato dalla necessaria individuazione di quell’offerta economica oggettivamente verificabile in tutti i suoi elementi richiede che questa non possa fondarsi su “fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima né a dichiarazioni integrative o rettificative dell’offerente (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 11/01/2018, n. 113; Consiglio di Stato, sez. IV, 6 maggio 2016 n. 1827)”. Arrivare a diversa soluzione, ammettendo che la volontà negoziale possa essere ricostruita d’ufficio anche ricorrendo ad ausili esterni o a fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima, determinerebbe altrimenti un’evidente modalità elusiva dei principi di parità di trattamento, di concorrenza e di imparzialità, con conseguente effetto distorsivo della conformità della gara stessa.

Sulla base di quanto affermato lungo l’iter argomentativo esposto, l’Autorità ha concluso nel senso che, fermo restando il principio di immodificabilità dell’offerta, l’attività di interpretazione ammissibile sia esclusivamente quella avente ad oggetto l’errore materiale, come nella formulazione precedentemente anticipata. L’attività di rettifica della Stazione Appaltante non può, infatti, che riguardare quell’errore “che può essere percepito o rilevato ictu oculi, dal contesto stesso dell’atto e senza bisogno di complesse indagini ricostruttive di una volontà agevolmente individuabile e chiaramente riconoscibile da chiunque (si veda in tal senso Consiglio di Stato, sez. VI, 2 marzo 2017, n. 978)”. Si ribadisce, in sostanza, che la riconoscibilità dell’errore sia oggettiva e, in quanto tale, rettificabile sulla base di semplici operazioni matematiche ovvero logiche.

Le doglianze oggetto del ricorso non apparivano, pertanto, al Collegio come fondate, non ravvisandosi alcuna attività esorbitante dai poteri di interpretazione legittimamente attribuiti alla Stazione Appaltante come nel senso sopra esposto. Invero, si evidenziava come l’offerta economica presentata fosse stata evidentemente soggetta ad un mero refuso di compilazione, percepibile immediatamente ed oggettivamente da chiunque e, come tale, assoggettabile ad un’attività di correzione e ricostruzione interpretativa dell’effettiva volontà negoziale manifestata.

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Sull’emendabilità ex officio dell’offerta economica

a cura dell’avvocato Stefano Cassamagnaghi

Il TAR Lazio, con la recente sentenza n. 7416 del 22 giugno 2021, si è occupato della questione dell’emendabilità dell’offerta economica, individuandone presupposti e i limiti.

Come noto, i limiti di emendabilità dell’offerta economica rinvengono la loro origine nel principio di immodificabilità dell’offerta economica e nel divieto di soccorso istruttorio in relazione all’offerta economica.

L’art. 83, comma 9, D.Lgs. 50/2016 non consente di ricorrere al soccorso istruttorio qualora sussistano incompletezze e/o irregolarità riguardanti l’offerta tecnica e/o l’offerta economica.

In ossequio al principio di immodificabilità dell’offerta economica la giurisprudenza ha sancito che la modifica di elementi strutturali dell’offerta comporta l’esclusione dalla procedura di gara.

Diversamente opinando, secondo la giurisprudenza, si giungerebbe all’inaccettabile conseguenza di consentire un’arbitraria modifica postuma della composizione dell’offerta economica che si porrebbe in contrasto con le esigenze di certezza e serietà dell’offerta, nonché con il principio di par condicio tra i concorrenti (Cons. St., sez. V, 25 luglio 2019 n. 5259; Cons. St., sez. V, 26 giugno 2019 n. 4400)

In tale contesto, la giurisprudenza ha tuttavia chiarito che è possibile emendare ex officio l’errore in cui sia incorso il concorrente nella formulazione dell’offerta economica ove l’errore sia
riconoscibile ictu oculi ed in base a un semplice calcolo aritmetico, senza che sia renda necessaria un’attività interpretativa sull’effettiva volontà dell’offerente (ex multis Cons. Stato 7758/2020).

La sentenza in commento si inserisce nel solco giurisprudenziale appena menzionato, declinando i limiti nell’applicazione della rettifica ex officio dell’errore presente nell’offerta economica.

Nel caso di specie la società ricorrente aveva partecipato ad una procedura aperta relativa alla fornitura di un sistema di calcolo scientifico, in cui si era classificata seconda.

La Commissione giudicatrice aveva riscontrato un’incongruenza tra i valori contenuti nel documento “offerta economica” e quelli indicati nel “modello di offerta economica” .

Secondo la ricorrente l’aggiudicazione sarebbe illegittima in quanto se la Commissione avesse utilizzato i valori presenti nel “modello offerta economica” al posto di quelli indicati nell’ “offerta economica”, questa si sarebbe classificata prima nella graduatoria finale, sicché ha lamentato l’omessa rettifica ex officio  di un errore – i.e. della discrasia tra i valori contenuti nei due moduli dell’offerta economica – che riteneva fosse immediatamente apprezzabile.

Il TAR ha respinto il ricorso.

In particolare, il Collegio ha richiamato la giurisprudenza – granitica- formatasi sul punto, secondo cui l’errore in cui sia incorso un concorrente nella formulazione dell’offerta, specie relativamente alla componente economica di essa, può essere rettificato ex officio dall’Amministrazione e per essa dalla commissione, solo ove sia ictu oculi riconoscibile in base a un semplice calcolo aritmetico e non necessiti di approfondimenti o di attività di interpretazione e ricostruzione della volontà dell’offerente (T.A.R. Lazio – Roma, Sez. III quater, 4 gennaio 2021, n. 62; Consiglio di Stato, Sez. III, 9 dicembre 2020, n. 7758; T.A.R. Toscana, Sez. I, n. 35/2020; Consiglio di Stato, Sez. V, 11 gennaio 2018, n. 113; id., 16 marzo 2016, 1077; TAR Campania, Napoli, sez. I, 1 dicembre 2015, n. 5530).

Secondo la sentenza in commento, nel caso all’esame, non si discute in merito a un errore riconoscibile e pertanto emendabile in base ad una semplice operazione aritmetica correttiva, poiché si è, invece, al cospetto di due difformi dichiarazioni di componenti fondamentali dell’offerta economica.

Ebbene, secondo il TAR, il giudizio circa la prevalenza dell’una dichiarazione rispetto all’altra, divergendo gli indicati valori di gran misura, postula  la ricostruzione dell’effettiva e reale volontà dell’offerente, mediante, quindi, un giudizio non automatico, ma richiedente un’attività interpretativa estranea alle competenze del seggio di gara e dell’Amministrazione appaltante, in quanto attività “dianoetica”, connotata, come qualsivoglia attività esegetica, da immanenti profili di soggettività.

Il Collegio aggiunge che la propugnata immediata riconoscibilità dell’errore dichiarativo sarebbe ontologicamente da escludere a causa dell’obiettivo rilevante contrasto tra i valori dell’offerta, nettamente contrastanti.

A sostegno di tale statuizione il TAR ricorda che l’Adunanza Plenaria, nella ben più limitata evenienza di discordanza tra l’offerta espressa in cifre e quella espressa in lettere ha chiarito che “ … la rettifica, pur astrattamente ammissibile in virtù dei principi di conservazione degli atti giuridici e di massima partecipazione, deve ritenersi consentita in caso di errore materiale facilmente riconoscibile attraverso elementi “diretti ed univoci” tali da configurare un errore materiale o di scritturazione emendabile dalla commissione, ma non anche nel caso in cui sia necessario attingere a fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima o ad inammissibili dichiarazioni integrative dell’offerente, non essendo consentito alle commissioni aggiudicatrici la modifica di una delle componenti dell’offerta con sostituzione, anche solo parziale, alla volontà dell’offerente” (Consiglio di Stato, Ad.Plen., 13 novembre 2015, n. 10, su rimessione da parte di Cons. Giust. Amm. 11/5/2015, n.390).

Sulla base di tali considerazioni Il Collegio afferma che “…  stante la marcata divergenza tra le predette voci dell’offerta economica, solo l’offerente sarebbe stato titolato a svolgere una “interpretazione autentica” necessaria a chiarire il macroscopico errore; ma siffatto intervento chiarificatore dell’offerente, postumo all’apertura delle offerte economiche, impatterebbe i principi di immodificabilità dell’offerta e di par condicio competitorum, risultando quindi inammissibile”.

Sotto altro profilo il TAR statuisce che non può essere neanche invocato il soccorso istruttorio di cui all’art.83, comma 9, d.lgs. n. 50/2016, non trattandosi di colmare carenze formali della domanda o lacune documentali di comprova dei requisiti, bensì di sopperire ad un errore nella formulazione dell’offerta, che non risulta immediatamente percepibile, ma richiede un’attività interpretativa.

Ed infatti limite all’esercizio del potere – dovere del soccorso istruttorio va individuato nelle stesse carenze, incompletezze o irregolarità dell’offerta (salvo l’errore agevolmente riconoscibile) le quali non possono essere sanate mediante il soccorso istruttorio, così come chiarito dalla giurisprudenza: “Ai sensi dell’ art. 83, comma 9, d.lgs. n. 50/2016 , le carenze formali possono essere sanate attraverso la procedura del c.d. soccorso istruttorio, con esclusione di quelle afferenti all’offerta economica e all’offerta tecnica” (T.A.R., Lazio – Roma , Sez. I , 4/11/2020, n. 11369; in termini, T.A.R. Veneto, Sez. I, 22/07/2020, n. 649).

In conclusione, la pronuncia citata ricorda la vigenza del principio generale dell’immodificabilità dell’offerta economica, pena la violazione della par condicio competitorum e, per l’effetto, l’impossibilità di ricorrere al soccorso istruttorio per emendare l’offerta economica o l’offerta tecnica, salvo il caso di errore facilmente riconoscibile e che non richiede alcuna attività interpretativa. Nella specie la radicale differenza tra i due valori indicati nei diversi moduli di offerta non consentiva di stabilire quale fosse quello effettivamente “voluto” dal concorrente, considerazione questa che evidentemente vale a meno che uno dei due valori non sia, in ipotesi, frutto di evidenti errori che consentano, sulla base degli elementi presenti nell’offerta, di individuare quello corretto.

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Rettifica e soccorso istruttorio dell’offerta economica: differenza, possibilità e limiti

a cura dell’avvocato Stefano Cassamagnaghi

Il TAR Piemonte, con la recente sentenza n. 444 del 5 luglio 2020, si è occupato dei presupposti e dei limiti di operatività della rettifica dell’errore materiale nell’offerta economica, nonché della differenza intercorrente tra tale rettifica e il ricorso all’istituto del soccorso istruttorio.

Come noto, nella materia degli appalti pubblici vige il principio generale della immodificabilità dell’offerta, che è regola posta a tutela della imparzialità e della trasparenza dell’agire della stazione appaltante, nonché ad ineludibile tutela del principio della concorrenza e della parità di trattamento tra gli operatori economici che prendono parte alla procedura concorsuale.

In applicazione di tale principio, avente carattere generale, nelle gare pubbliche è ammissibile un’attività interpretativa della volontà dell’impresa partecipante alla gara da parte della stazione appaltante, al fine di superare eventuali ambiguità nella formulazione dell’offerta che si sostanziano in meri errori materiali.

Non è consentito, invece, ricorrere all’istituto del soccorso istruttorio qualora sussistano delle carenze o omissioni formali dell’offerta economica (come dell’offerta tecnica) ai sensi dell’art. 83, comma 9, D.Lgs. 50/2016.

Diviene dunque fondamentale stabilire quando l’offerta presenta un errore materiale suscettibile di rettifica e quando, invece, è affetta da una carenza formale che non può essere “sanata” mediante il soccorso istruttorio, pena la violazione del principio di immodificabilità dell’offerta.

La sentenza in commento traccia il confine tra l’errore materiale rettificabile e la carenza formale dell’offerta economica non emendabile.

Nel caso sottoposto all’esame del TAR, il RUP aveva riscontrato nell’offerta economica di una concorrente un prezzo molto basso, tale da rendere insostenibile l’offerta; lo stesso RUP aveva ipotizzato, autonomamente, che il concorrente avesse erroneamente inserito nell’offerta il prezzo riferito alla fornitura di un anno mentre avrebbe dovuto indicare quello relativo a tutta la durata della fornitura, sicché sarebbe bastato moltiplicare il prezzo offerto per tre (tre anni era la durata del contratto) per rettificare l’errore materiale.

Sulla base di tali rilievi, il RUP aveva sospeso la procedura al fine di attivare il procedimento di verifica dell’anomalia dell’offerta, ex art. 97 D.Lgs. 50/2016, nel corso del quale il concorrente, con apposita comunicazione, confermava di aver erroneamente indicato il prezzo della fornitura di un anno anziché quello relativo a tre anni.

La stazione appaltante ammetteva il concorrente alla gara ritenendo che la detta comunicazione non avesse inciso sull’attività interpretativa dell’Amministrazione, che già autonomamente aveva individuato l’errore materiale, e aggiudicava, quindi, a quest’ultimo la procedura.

La società classificatasi al secondo posto della graduatoria ha impugnato l’aggiudicazione sostenendo che la Stazione appaltante aveva illegittimamente consentito all’aggiudicataria di modificare, in sede di verifica dell’anomalia, il prezzo offerto, che risultava essere troppo basso e rendeva inattendibile la proposta negoziale.

Il TAR ha rigettato il ricorso.

Il Collegio ha ritenuto che non era ravvisabile alcuna modifica dell’offerta, bensì la stazione appaltante aveva rettificato un mero errore materiale.

Secondo il TAR “non si ravvisano omissioni o carenze formali – per le quali, come noto, il legislatore ha apprestato l’apposito istituto del soccorso istruttorio ex art. 83, comma 9 d.lgs. 50/2016 – bensì si riscontra un esempio paradigmatico di lapsus calami, concretantesi in una divergenza tra voluto e dichiarato, immediatamente rilevabile dall’Amministrazione senza necessità di particolari interpretazioni o verifiche del relativo dato”.

In buona sostanza, il TAR Piemonte ha affermato che il principio secondo cui l’errore materiale è facilmente riconoscibile e rettificabile dalla stessa Commissione attraverso elementi diretti e univoci, non essendo necessario attingere a fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima o ad inammissibili dichiarazioni integrative dell’offerente; la carenza formale necessiterebbe, di converso, di integrazioni documentali esterne all’offerta, che non sono ammesse nell’ambito del procedimento di verifica dell’anomalia, pena la violazione del principio di immodificabilità dell’offerta.

Il Collegio richiama sul punto i principi statuiti dall’Adunanza Plenaria n. 10/2015, secondo cui che deve ritenersi consentita la rettifica dell’offerta economica solo “in caso di errore materiale facilmente riconoscibile attraverso elementi “diretti ed univoci” tali da configurare un errore materiale o di scritturazione emendabile dalla commissione, ma non anche nel caso in cui sia necessario attingere a fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima o ad inammissibili dichiarazioni integrative dell’offerente, non essendo consentito alle commissioni aggiudicatrici la modifica di una delle componenti dell’offerta con sostituzione, anche solo parziale, alla volontà dell’offerente” (Adunanza Plenaria n. 10/2015).

Secondo il TAR trattasi di un errore materiale perché il RUP aveva individuato l’errore di calcolo sul prezzo e lo aveva “risolto” autonomamente ossia con una semplice operazione matematica (una moltiplicazione) e  senza ricorrere, quindi, a fonti esterne.

Le considerazioni formulate dalla sentenza in commento trovano, peraltro, ampi riscontri nella giurisprudenza amministrativa, secondo cui l’errore materiale dell’offerta consiste “in una fortuita divergenza fra il giudizio e la sua espressione letterale, cagionata da mera svista o disattenzione nella redazione dell’offerta che deve emergere ictu oculi”, pertanto l’errore materiale non comporta “alcuna attività correttiva del giudizio, che deve restare invariato, dovendosi semplicemente modificare il testo in una sua parte, per consentire di riallineare in toto l’esposizione del giudizio alla sua manifestazione” (Consiglio di Stato 1648/2016; ibidem Consiglio Stato n. 1487/2014; TAR Lazio-Roma, n. 1965/2019; TAR Calabria-Catanzaro, n. 338/2018).

A fronte della sussistenza di un errore materiale sussiste quindi, secondo il Collegio, l’onere della stazione appaltante di procedere alla correzione dello stesso e di ricercare l’effettiva volontà del concorrente (ibidem T.A.R. Campania-Napoli 2015, n.5530).

La sentenza afferma principi condivisibili anche se la loro applicazione al caso concreto (ovviamente in base ad un’analisi del tutto esterna) induce qualche perplessità in quanto l’errore materiale consiste in una svista o disattenzione nella redazione dell’offerta che deve emergere ictu oculi e deve essere emendabile senza la ricerca aliunde dell’effettiva volontà del concorrente, laddove nel caso di specie sembra essere risultata decisivo quanto indicato dal concorrente nell’ambito delle giustificazioni.

Per cui è del tutto corretto affermare la doverosità dell’attivazione della stazione appaltante nel caso di errore materiale, e tuttavia il confine di tale obbligo andrà valutato in concreto di volta in volta.

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Tetto 30% offerta economica: dubbi dell’Antitrust

a cura dell’avvocato Lucio Lacerenza.

Nell’ambito dei poteri di segnalazione a Parlamento e Governo, l’Antitrust ha formulato alcune osservazioni sulla recente modifica introdotta dal c.d. “correttivo appalti” (d.lgs. 56/2017) in materia di offerte economiche negli appalti (segnalazione del 18 agosto 2017).

L’art. 95 co. 10-bis, infatti, dopo aver previsto che le stazioni appaltanti debbano valorizzare gli elementi qualitativi dell’offerta ed individuare criteri per garantire un confronto concorrenziale tra le imprese basato su profili tecnici, specifica che “la stazione appaltante stabilisce un tetto massimo per il punteggio economico entro il limite del 30 per cento”.

Il tetto del 30% dell’offerta economica, a parere dell’Antistrust, suscita riserve sotto diversi profili.

Primo. La soglia non avrebbe nessun fondamento normativo, tanto nazionale quanto comunitario. Circostanza questa che, a sommesso parere, sarebbe decisiva per minare alla radice la disposizione che, di fatto, introduce un eccesso di normazione rispetto al quadro europeo (c.d. “gold plating”).

Secondo. L’Autorità rileva che l’ANAC, cui è demandato il compito di regolazione del mercato degli appalti, abbia evidenziato come la ponderazione dei punteggi costituenti l’offerta economicamente più vantaggiosa dovrebbe essere rimessa alla stazione appaltante, unico soggetto che, in ragione dello specifico interesse che intende conseguire con l’appalto, possa “valutare adeguatamente la rilevanza del peso dell’offerta economica rispetto a quella tecnica”. A conforto di tale principio l’Antitrust richiama la giurisprudenza nazionale secondo la quale occorre lasciare spazio alla discrezionalità della pubblica amministrazione, da esplicarsi alla luce degli interessi concreti da perseguire, nel determinare i valori ponderali da attribuire agli elementi tecnici ed economici dell’offerta (Consiglio di Stato, sentenza 26 novembre 2011 n. 581).

Terzo. Il tetto del 30%, a parere dell’Autorità, limiterebbe “eccessivamente e ingiustificatamente la valorizzazione dell’offerta economica, in particolare in quei mercati dove le forniture possono presentare un elevato grado di omogeneità”, e per converso amplierebbe l’ambito di discrezionalità nella valutazione delle offerte tecniche, laddove peraltro “si annida la possibilità di corruzione”.

Quarto (ma a sommesso parere dello scrivente). Il tetto del 30% mal si concilia con le ristrettezze di bilancio delle stazioni appaltanti che “sono costrette” ad approvvigionarsi sotto la spada di Damocle dei tagli alla spesa pubblica.

In definitiva, un’altra bella tegola sul nuovo codice degli appalti.

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